Dani Rodrik: «Economisti contro l’economia»

Il professore di Harvard, di fronte alla crisi della scienza economica, propone di utilizzare non un solo modello ma di scegliere il modello adatto a ciascuna situazione

La scienza economica, a partire dalla crisi del 2007-08, si trova in un periodo di ridiscussione delle proprie fondamenta, come ha ammesso di recente il quasi ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard.

Dani Rodrik, noto economista, professore all’Università di Harvard, spiega su Project Syndicate come queste critiche provenissero inizialmente dall’ala eterodossa dell’accademia, non allineata con il pensiero «mainstream». Oggi invece si assiste ad un susseguirsi di osservazioni critiche anche da chi si trova storicamente dalla parte del pensiero dominante: ad esempio, il Premio Nobel Paul Krugman accusa gli economisti di aver dimenticato la lezione di Keynes, Paul Romer (importante teorico della crescita economica), li accusa di utilizzare la matematica non per chiarire le cose ma per confonderle, Richard Thaler (Università di Chicago) ritiene che la professione economica ha teso ad ignorare il comportamento reale dell’economia per favorire una visione in cui gli agenti economici razionali e Luigi Zingales (Università Chicago Booth, opinionista presso tv e quotidiani italiani) ritiene che i benefici del settore finanziario sull’economia siano stati sovrastimati. Lo stesso Rodrik ammette di avere spesso messo in discussione i cardini della disciplina: il libero mercato e il libero commercio.

Di fronte a tale confusione, Rodrik sostiene che la strada maestra non è tentare di trovare consenso attorno ad un singolo modello (come si è cercato di fare più volte, per esempio con la sintesi neo-keynesiana, e come Romer sostiene sia ancora da farsi) ma piuttosto arricchire la libreria di modelli a disposizione ed applicare a ciascun caso di studio il modello economico più confacente: questo perché a differenza dal mondo fisico, il mondo sociale è creato dall’uomo e perciò infinitamente malleabile.

Ad esempio, nel corso degli anni sono tornati utili i modelli di concorrenza imperfetta e di asimmetria informativa, rispetto al tipico modello neoclassico con concorrenza ed informazione perfetta tra agenti economici, così come modelli comportamentali decision-making dove non è prevista la razionalità; oppure, va considerato che un modello di crescita può essere valido per un Paese sviluppato ma non per uno in via di sviluppo.

Allora, invece di fare come il cartografo di un racconto breve dello scrittore Jose Luis Borges, che disegnava mappe dettagliatissime di una singola zona che finivano per diventare ingombranti e inutili, gli economisti dovrebbero fare lo sforzo di cercare di essere semplici: studiare il meccanismo attraverso il quale le varie componenti interagiscono e costruire diverse «mappe» a seconda della situazione in cui ci si trova, proprio come diverse sono mappe utili per tornare a casa o per muoversi da una città all’altra. Lo sforzo è sicuramente diverso e più complesso rispetto a quello di limitarsi a disegnare mappe: ed a questo sforzo, secondo Rodrik, dovrebbero educare i professori di economia, che però oggi non sono a suo avviso abbastanza attenti a calare gli studenti in corrette ricerche empiriche.

Dunque, chiude l’economista, ampio spazio a tutte le visioni disponibili (ortodosse ed eterodosse: classica, keynesiana, razionale, comportamentale...).

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