EUROBOND. Le aste di titoli europei stanno monopolizzando l’attenzione ultimamente, e non in senso buono. Con l’aumento dei rendimenti obbligazionari qua e là - ultima in ordine di tempo l’asta di Bot e Ctz italiani dagli estiti allarmanti- l’idea di bond comuni della zona euro, gli eurobond, è riemersa, e si configura come un salvatore potenziale per la regione.
Un eurobond è fondamentalmente un’obbligazione collettiva emessa dalla 17 nazioni della zona euro. In altre parole, queso titolo comune raggruppa tutto il debito pubblico dei paesi della regione in un unico pacchetto.
Poiché gli eurobonds inglobanoobbligazioni di entrambe le economie - quelle dei paesi schiacciate da una montagna di debiti (come i PIIGS) e quelle più fiscalmente stabili (come la Germania) - il credit rating collettivo dell’ eurobond potrebbe collocarsi a qualsiasi livello, tra AAA e junk bond. Ciò implica che le nazioni fortemente indebitate come la Grecia e l’Italia troverebbero meno costoso finanziare il proprio debito.
Fin qui, suona bene. Ma non per la Germania! In effetti esiste il rovescio della medaglia. Con gli eurobond, infatti, i paesi con rating più elevato sarebbero costretti a pagare di più le loro obbligazioni, in quanto il prezioso rating AAA sarebbe «annacquato» dal rating basso di altri paesi. Ad esempio quello «spazzatura» del Portogallo.
Con gli eurobonds, ogni nazione membro della zona euro sarebbe responsabile di ogni altro debito. Questo aspetto preoccupa molto la Germania, la quale teme che altre nazioni potrebbero comportarsi in modo fiscalmente irresponsabile. Insomma, il cancelliere tedesco Angela Merkel vuole evitare che certe nazioni diventino dei parassiti e si comportino da «scrocconi».
Secondo la Merkel, l’ eurobond non sarà la soluzione alla crisi del debito in corso. Il cancelleire propone, piuttosto, alcune modifiche al trattato UE al fine di porre fine alla crisi in modo efficace. Il capo della Commissione europea José Manuel Barroso si è detto, al contrario, fermamente convinto del fatto che l’eurobond possa rappresentare l’unica opzione per salvare la zona euro. Egli crede che sarebbe un grande segno di cameratismo, governance, convergenza da parte dei governi della zona euro nonché la piena espressione del loro impegno verso l’euro.
In ogni caso, è molto probabile che la Germania spingerà per l’adozione di un sistema in cui i governi locali dovranno rinunciare al controllo assoluto sui loro bilanci, attraverso una politica fiscale comune creata per garantire che ogni membro della zona euro aderisca alla stesse politiche di bilancio. La mancata osservanza di queste regole si tradurrebbe molto probabilmente in una interruzione del finanziamento.
Nel frattempo però, la crisi sta bussando proprio alle porte della Germania. Un’asta di bonds tedeschi di 10 anni (i Bunds) si è concluso con risultati sorprendentemente deludenti. La Germania è stata in grado di collocare solo 3,9 miliardi di euro dei 6,0 miliardi di euro offerti. Questo significa che gli investitori stanno scappando anche dai bund tedeschi, considerati fino a pochi giorni fa i più «sicuri» nella zona euro. Morto il Bund si fa un Eurobond?
Inoltre, la mancanza di progressi nell’attuazione del programma EFSF ha aperto fratture tra la BCE e i funzionari di governo europei. Tutta questa incertezza sta alimentando il pessimismo sui mercati, costringendo l’euro a scivolare sempre più in basso.
Vedremo come reagiranno i mercati nel caso in cui la Germania dovesse ritirare il suo «nein» in merito alla creazione di eurobond e se, effettivamente, dovessero essere attuate le proposte tedesche di revisione dei trattati. Uno scenario potenziale è che l’euro possa ricevere maggior sostegno. Naturalmente, non si può dire per quanto tempo o se questo potrà mai effettivamente accadere.