Competitività: Italia al 44° posto su 138 nel 2016/2017. I punti deboli

Luca Pezzotta

20 Ottobre 2016 - 14:34

Si torna a parlare di competitività. Vediamo allora cosa dice il World economic forum nel suo report sulla competitività per il 2016-2017.

Competitività: Italia al 44° posto su 138 nel 2016/2017. I punti deboli

Giusto in questi giorni, alcuni articoli della carta stampata ed online parlavano di competitività, dato che la manovra economica pre-elettorale del governo, stando almeno a quanto dichiarato proprio dall’esecutivo, dovrebbe contenere dei provvedimenti a favore della stessa.

Quindi, visto che l’argomento sembra essere all’ordine del giorno e sull’agenda governativa, cerchiamo di recuperare qualche dato relativamente ad esso.

La competitività, in generale, anche se in certi casi le definizioni andrebbero meglio specificate, è la capacità di un’impresa di contendere con altre imprese concorrenti nella vendita dei propri prodotti in un determinato mercato (che può, ovviamente, anche essere un mercato internazionale).

Ed in rete è disponibile, nel World economic forum, un report dal titolo The global competitiveness report 2016-2017, che contiene una classifica relativa proprio alla competitività, stilata tra 138 paesi.

Nella classifica vengono riportati, in una scheda riassuntiva, i punti deboli ed i punti di forza delle varie economie prese in considerazione, in base ad una serie di indici che vengono, poi, concentrati in 12 “pilastri” (divisi, a loro volta, in tre sotto-indici: requisiti generali, pilastri da 1 a 4; amplificatori di efficienza, pilastri da 5 a 10; fattori di innovazione e complessità, pilastri 11 e 12).

Dei 138 paesi presi in considerazione l’Italia occupa il 44° posto, dopo la Federazione Russa al 43° e prima delle Mauritius al 45°. Per dovere di cronaca segnaliamo che sul podio ci sono Svizzera (1°), Singapore (2°) e Stati Uniti (3°); mentre il fanalino di coda è lo Yemen (138°).

Per quanto riguarda alcuni dati generali, l’Italia ha una popolazione di 60,8 milioni di abitanti; un PIL di 1815,8 miliardi di $; un PIL pro-capite di 29.866 $ e detiene una parte del PIL mondiale che è dell’1,91%.

Come appena detto, il report si basa su 12 pilastri che sono, a loro volta, il risultato di un numero maggiore di indici che esprimono un “voto” (punteggio) in una scala da uno a sette: dove uno equivale al minimo e sette al massimo.

I pilastri sono (dall’uno al 12): istituzioni; infrastrutture; ambiente macroeconomico; salute ed educazione primaria; istruzione superiore e formazione; efficienza del mercato dei beni; efficienza del mercato del lavoro; sviluppo del mercato finanziario; preparazione tecnologica; misura del mercato; sofisticazione del business; innovazione.

Il risultato è il grafico sotto riportato:

La linea azzurra rappresenta il punteggio raggiunto dall’Italia nei 12 pilastri; mentre l’area grigia è la media europea e dell’America del nord.

Secondo quanto riporta lo studio e che, in parte, si può dedurre anche dal grafico sopra, l’Italia sta migliorando ma ad un passo lento, ed i suoi principali limiti restano il mercato del lavoro, quello finanziario e le istituzioni.

Partiamo dal mercato del lavoro segnalando però prima una cosa. Come detto sopra, i pilastri sono determinati in relazione ad alcuni parametri. In questo caso l’efficienza del mercato del lavoro è determinata in base alla flessibilità e all’uso efficiente del talento.

A loro volta questi due parametri sono determinati da una serie di altri “sotto-parametri”. La flessibilità è determinata in relazione, per esempio, alla cooperazione nelle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori, alla flessibilità nella determinazione dello stipendio, alle procedure di assunzione e licenziamento, ecc.

Mentre l’uso efficiente del talento è determinato in relazione al ricorso ad una gestione professionale, alla capacità del paese di trattenere i talenti o di attrarli, alla partecipazione femminile, ecc.

Per quanto riguarda l’efficienza del mercato del lavoro, il punteggio (1-7, migliore) raggiunto è 3.6, con il 119° posto su 138. Però se guardiamo alla flessibilità e all’uso del talento, troviamo che nella prima il punteggio è 4.0 con il 118° posto; mentre per il secondo il punteggio è 3.3 con il 110° posto.

Così, in primis, il report stesso dice che l’efficienza del mercato del lavoro è migliorata ma anche, per ciò che riguarda le aree tuttora presenti di inefficienza, che il punto più debole nell’efficienza del mercato del lavoro è la scarsa capacità di attrarre e trattenere i talenti, oltre ad una bassa partecipazione femminile.

Il fatto che occupiamo una posizione migliore nell’uso del talento rispetto alla flessibilità, vuol solo dire che ci sono più paesi che fanno peggio di noi a livello di uso del talento rispetto a quelli che fanno peggio nella flessibilità; non che il nostro maggiore Tallone di Achille sia la flessibilità.

Inoltre, se guardiamo ancora un po’ più a fondo, troviamo che il macigno più pesante sulla flessibilità è l’effetto della tassazione sugli incentivi al lavoro e, solo dopo questo, le procedure di assunzione e licenziamento.

Per quanto riguarda l’altro punto debole, cioè lo sviluppo del mercato finanziario (il nostro anello più debole secondo il report), il punteggio raggiunto è 3.1 con il 122° posto. Mancano l’efficienza (punteggio 3.0, 113° posto), l’affidabilità e la confidenza (punteggio 3.2, 125° posto).

E per l’efficienza le due pecche maggiori sono la mancanza di capitale di rischio (punteggio 2.0, 131° posto) e la difficoltà di accedere al credito (punteggio 3.0, 116°posto); mentre per affidabilità e confidenza i limiti maggiori sono in relazione all’indice dei diritti legali dove, in una scala che è di uno fino a dieci (invece che di uno a sette), arriviamo a un punteggio di 2.0 con il 108° posto (anche in questo caso non inganni la posizione migliore rispetto ad altri parametri).

Peserebbero, per lo sviluppo del mercato finanziario, i crediti deteriorati, gli scandali bancari e altri problemi solo parzialmente affrontati.

Infine, per il terzo punto debole, le istituzioni, il punteggio (scala sempre uno a sette) è 3.5 con il 103° posto. Per quanto riguarda le istituzioni pubbliche (punteggio 3.4, 101° posto) i maggiori limiti che ci penalizzano sono: la scarsa fiducia pubblica nei politici (punteggio 1.9, 116° posto), i favoritismi nella scelta dei funzionari governativi (punteggio 2.2, 120° posto); gli sprechi nella spesa pubblica (punteggio 1.9, 130 posto); l’efficienza del quadro giuridico nella risoluzione delle controversie (punteggio 2.2, 136° posto - peggio di noi solo Slovacchia e Venezuela); l’onere della regolamentazione governativa (punteggio 2.0, 136° posto – peggio di noi solo Brasile e Venezuela). Per le istituzioni private, invece, il punteggio è 3.8 con il 103° posto.

I limiti sarebbero per l’etica aziendale (punteggio 3.5, 100° posto): il comportamento etico delle aziende (punteggio 3.5, 100° posto). Mentre per quello che riguarda la responsabilità (punteggio 4.1, 99° posto) i limiti starebbero nella scarsa protezione degli interessi degli azionisti di minoranza (punteggio 3.4, 122° posto).

Come possiamo dedurre, perciò, la flessibilità nel mercato del lavoro non è il nostro maggiore problema. I nostri problemi sono: tasse troppo alte; l’incapacità di trattenere ed attrarre talenti; la difficoltà di accedere al credito; la politica (la scarsa fiducia nei politici ed il loro nepotismo); ecc.

Questi sono i principali limiti della nostra economia che l’esecutivo non ha mai nemmeno tentato di risolvere se non con dichiarazioni-annuncio seguite da provvedimenti di facciata.

Mentre si è, invece, sempre “buttato” e prodigato a “piene mani”, con la demagogia che lo contraddistingue, su consunti argomenti triti e ritriti (le riforme! il debito! la spesa pubblica!), con la solita retorica dei risultati raggiunti grazie ai provvedimenti adottati che, però, nessuno ha visto e vengono sistematicamente smentiti da altre stime al ribasso o dai dati di enti comunque istituzionali che testimoniano il contrario.