Come fa Google a risparmiare miliardi di tasse?

Google risparmia miliardi di tasse facendo ricorso al «doppio irlandese» e al «panino olandese». Che significa?

Qualche giorno fa ci siamo occupati dei motivi per cui Google è il miglior posto al mondo dove lavorare, ma forse ne abbiamo dimenticato uno, quello che ci porta sul piano fiscale: Google riesce a rendere i propri dipendenti felici sicuramente perchè ha un bel bottino da investire. Ma come ha fatto Google a risparmiare miliardi di tasse senza imbattersi nel reato di elusione fiscale?

In realtà le accuse ci sono state, ma il tutto si è risolto in un nulla di fatto. Un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza ha imputato alla multinazionale 240 milioni di redditi nascosti e 96 milioni di IVA non versati al Fisco (tra il 2002 e il 2006), dichiarando illecita la procedura per cui l’azienda, che ha sede in Italia con una stabile organizzazione (termine, secondo molti, dal confine ambiguo, che perde un pò di senso nell’epoca informatica), paghi le tasse inerenti ai redditi prodotti nel nostro Paese in Irlanda, piuttosto che in Italia. Tuttavia, il PM Carlo Nocerino ha chiesto l’archiviazione per la difficoltà di calcolare i ricavi di Google originati in Italia e, quindi, la relativa tassazione.

Le cifre del risparmio riportate dal Corriere sono le seguenti: nel 2011 Google ha eseguito operazioni dalla sede irlandese per 9 miliardi di profitti, pagando appena otto milioni di euro di tasse. Nel 2012, scrive Repubblica, ha trasferito quasi 9 miliardi di royalty alle Bermuda.

La manovra di Google è legale, anche se al confine con l’elusione fiscale (e forse discutibile sul piano etico). Come è possibile? Grazie a ciò che i tributaristi chiamano «doppio irlandese» e «panino olandese» (sistema utilizzato anche da imprese come Apple, Microsoft, Coca Cola e Amazon). Di che si tratta?

Doppio irlandese e panino olandese: cioè?

I sistemi usati da Google, e non solo, «doppio Irlandese» (double irish) e «panino olandese» (dutch sandwich), sono sistemi di trasferimento di ricavi societari, trasferiti dalle sussidiarie ad aziende di facciata, per poi finire nei paradisi fiscali.

Cosa fa Google in sostanza? Google è nata negli USA, in California, ma ha diversi sedi in tutto il mondo, tra cui l’Irlanda (la sede europea è a Dublino dove lavorano circa 2.500 dipendenti), il cui regime di tassazione sugli utili è pari al 12,5% (una delle più basse d’Europa). Come è possibile allora che Google paghi solo il 2% di tasse (tra l’altro alle Bermuda), una percentuale irrilevante, a fronte di un fatturato da capogiro? Perchè questi utili fanno capo a Google Netherlands Holdings, un’azienda senza dipendenti, che riversa circa il 98% dei ricavi nel paradiso fiscale delle Bermuda.

In sintesi la sede irlandese viene controllata da una sede olandese (in realtà nominale e necessaria solo per far transitare gli utili), a sua volta controllata da un’azienda che ha sede in un paradiso fiscale.

John Christensen, ex consulente del governo britannico ed economista specializzato in temi fiscali, ha spiegato in questi termini il funzionamento del «doppio irlandese», che

«consiste nel far interagire fra loro due società costituite in Irlanda, una delle quali è però residente fiscalmente offshore, una possibilità che le norme garantiscono se il controllo e la gestione sono nel Paese dove paga le tasse. In questo modo vengono trasferiti in Bermuda i profitti sullo sfruttamento dei diritti della proprietà intellettuale. Questo meccanismo può essere affinato grazie a un’ulteriore società del gruppo, registrata in Olanda. La legge irlandese, infatti, prevede specifiche esenzioni per il trasferimento delle royalty verso i paesi UE».

La difesa di Google

Come si difende Google da queste accuse? Da Mountain View hanno spiegato:

«Il nostro contributo all’economia europea è sostanziale: paghiamo le tasse, diamo lavoro a migliaia di persone, aiutiamo centinaia di migliaia di imprese a crescere online e investiamo milioni per supportare nuove aziende tecnologiche in tutta Europa. Rispettando tutte le normative fiscali, in tutti i paesi nei quali operiamo».

Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, dal 2001 al 2011, e oggi presidente del consiglio di amministrazione ha aggiunto:

«Evitare di pagare le tasse fa parte del capitalismo. Noi sfruttiamo le leggi in vigore e siamo orgogliosi di questo schema».

Google sfrutta un vuoto normativo? «Se ai politici non piacciono queste leggi, loro hanno il potere di cambiarle», così si difende Google, che conclude:

«Google rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i Paesi in cui opera. La realtà dei fatti è che la maggior parte dei governi usa gli incentivi fiscali per attrarre investimenti stranieri e questo crea posti di lavoro e crescita economica e, naturalmente, le aziende rispondono a questi incentivi. E’ una delle ragioni per cui Google ha stabilito la propria sede europea in Irlanda, unitamente alla possibilità di assumere personale qualificato. La nostra corporate tax rate complessiva nel 2012 è stata del 20% circa».

Come intervenire?

Sempre John Christensen, che coordina il segretariato internazionale di Tax Justice, un gruppo di ricercatori impegnati nella lotta all’elusione fiscale globale, intervistato da «L’Espresso», spiega come intervenire su questi sistemi:

«Sul piano globale, noi proponiamo degli standard internazionali di rendicontazione finanziaria che richiedano alle società di depositare i bilanci delle loro controllate su registri pubblici. Ciò aiuterebbe a rivelare informazioni sui conti e, quindi, anche a sapere quando i profitti vengano dirottati verso paradisi fiscali»

E aggiunge che a livello nazionale:

«Gli Stati potrebbero richiedere a ogni multinazionale che fornisce servizi pubblici di presentare dei rapporti finanziari dettagliati, per dimostrare che non sono coinvolte nell’elusione. Tutti i Paesi dovrebbero poi adottare per legge un principio generale anti-elusione, così che ogni transazione finalizzata all’elusione venga esaminata sotto il profilo giudiziario e, ad esempio, revocata su ordine del giudice».

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