Se apprezzate allo stesso modo Volkswagen Golf e Fiat 500, comprese le loro declinazioni più sportive, qualcuno potrebbe chiedervi di prendere una posizione, perché in molti lo hanno già fatto.

Probabilmente alcuni rivenditori di auto non sanno neanche di cosa si tratta, ma gli addetti ai lavori e in generale gli appassionati più attenti conoscono bene il significato di schieramenti opposti come Alfiattari e Vaggari.

Simili al tifo più viscerale, ma contraddistinti da motivazioni tecniche, questi grandi gruppi di auto amatori possono sembrare dei veri e propri credo politici, dove il posto dei partiti è preso dalle case automobilistiche e gli esponenti di spicco sono sostituiti dai modelli. Gli ideali, invece, sono la qualità tecnica e dei materiali, le prestazioni sportive, l’affidabilità e la bellezza estetica.

Uno dei ritrovi più popolati è il mondo dei social, grazie a pagine e gruppi che su Facebook riuniscono le fazioni: qui viene condiviso materiale di diverso tipo, dai video con performance eroiche o fallimentari di questo o quel modello, confronti ironici, sfottò da tifosi, ma anche esperienze e feedback personali sulle auto in questione.

Cosa vuol dire Alfiattari o Vaggari?

Questa non è una domanda da fare a chi si sente parte di uno o dell’altro schieramento perché, anche se di uso comune, questi appellativi sono stati affibbiati dai rispettivi rivali in modo leggermente offensivo. L’origine del credo motoristico affonda le radici negli scorsi decenni come risultato di due scuole di pensiero e di filosofie dell’automobile che hanno viaggiato a lungo su strade parallele.

Gli “Alfiattari” sono i sostenitori del made in Italy di stampo prettamente popolare: quindi Fiat, Lancia e Alfa Romeo sono i brand di riferimento, simbolo dell’industria italiana rigogliosa e creativa che ha fatto scuola in tutto il mondo.

I “Vaggari” sostengono invece i prodotti del gruppo Volkswagen AG, in particolare quelli di casa Volkswagen e Audi, icone dell’industria tedesca solida e autorevole, vendute e apprezzate da decenni in tutto il mondo.

A parte ci sono i sostenitori di BMW, spesso in accordo con gli altri fedeli all’automobile tedesca circa la sua superiorità.

Difficilmente nelle dispute vengono coinvolti i marchi d’eccellenza che per estensione appartengono ai due schieramenti, e quindi Ferrari, Lamborghini e Maserati da una parte, Mercedes e Porsche dall’altra. Vengono invece messi a confronto anche modelli station wagon e berline, specialmente Audi, mentre è molto preso di mira il primo suv Alfa Romeo.

Ci sono poi gruppi più specifici come Alfisti, Audisti, ma anche outsider come i JDMisti, detti anche Jap, fanatici delle automobili giapponesi come Honda e Toyota.

Attaccamento all’industria che cambia

Vent’anni fa, se Facebook fosse esistito e diffuso come oggi, queste diatribe e questi sfottò sarebbero stati più avvincenti per il semplice fatto che l’industria e le filosofie di appartenenza avevano ancora basi solide nelle tradizioni automobilistiche.

Oggi sostenere a spada tratta questo o quel prodotto, o questa e quella casa automobilistica è un bel rischio per l’auto amatore, poiché - seppur in modo diverso da modello a modello e da brand a brand - l’industria ha assunto connotati e dimensioni più globali, aumentando le forniture provenienti dall’altro capo del mondo e dislocando la costruzione delle auto a stabilimenti che hanno poco a che vedere con la tradizione dei marchi.

Inoltre i grandi gruppi hanno inglobato tanti brand e oggi è risaputo che case automobilistiche sotto lo stesso tetto condividano motori, componenti, materiali e catene di montaggio, appiattendo le differenze per aumentare i guadagni.

Il caso più eclatante è quello di Volkswagen, Seat e Skoda, ma anche i sostenitori del made in Italy sono meno inattaccabili rispetto al passato grazie alla riduzione dei modelli a cui sono andate incontro Fiat, che oggi può contare su una gamma limitata praticamente a Panda e 500, e Lancia, a cui è rimasta la sola Ypsilon.

Allora le dispute si spostano sui modelli del passato, sfociando spesso in goliardiche carrellate di imprese amarcord, o sui modelli premium: quindi Audi vs Alfa e Alfa vs BMW. L’unico brand italiano che ancora vanta una certa fama all’estero e che viene prodotto in Italia si gioca la partita con le tedesche più toste, dove a decidere sono le prestazioni, l’affidabilità, la resistenza e infine il design, mentre la storicità viene messa da parte di fronte ad un futuro ancora lungo.

Rimane il gusto personale

In questo contesto movimentato e appiattito rispetto al glorioso passato delle case automobilistiche, per ogni dato confortante ce ne è uno negativo a bilanciare il giudizio su brand e modelli.

Le più performanti presentano debolezze di resistenza su questi o quei componenti, quelle di fascia media hanno altri difetti. In generale è molto difficile, proprio come nella politica, trovare quale auto sia effettivamente migliore dell’altra tra quelle coinvolte nelle dispute, anche perché c’è quel dettaglio sul prezzo finale che soprattutto nei modelli ad alte prestazioni rischia di tagliare fuori dalla discussione più della metà di chi vi partecipa, e di essere una variabile determinante per l’acquisto.

La qualità però non è sempre sinonimo di grandi vendite, e allora ci si chiede quale sia l’unico metro di giudizio capace di stabilire quale auto sia meglio dell’altra, quando le schede tecniche si somigliano e le esperienze di chi le guida dicono tutto e il contrario di tutto. A decidere se l’Alfa Romeo Giulia sia migliore o peggiore della BMW Serie 3, o se la Golf sia migliore della Punto, rimane il gusto personale, quello che inevitabilmente porta a preferire un modello rispetto ad un altro come nel tifo fa preferire una squadra o un’altra.