C’è un titolo che quasi nessuno sta più guardando a Piazza Affari.
Un titolo rimasto fuori dai radar del momento, perché non ha nulla a che vedere né con le tensioni in Medio Oriente, né con gli altri gossip finanziari che stanno monopolizzando l’attenzione degli investitori in queste settimane.
Ed è un titolo che in dieci anni sarebbe arrivato a crescere di oltre il 1.200%, per poi bruciare, in meno di due anni, fino al 60% di quella performance.
Ma proprio su quel grafico dimenticato oggi potrebbe essersi formata una divergenza che in pochi notano, forse proprio perché il titolo è finito fuori dai radar.
Il titolo di cui nessuno parla
Si tratta di Davide Campari. Per quasi un decennio le valutazioni del gruppo di Sesto San Giovanni sarebbero state sostenute da una logica piuttosto semplice da spiegare ma difficile da replicare: un portafoglio di marchi premium negli spirits, margini strutturalmente elevati e una crescita costruita in parte per vie organiche e in parte tramite acquisizioni mirate, capaci di allargare il perimetro dei brand senza intaccare troppo la redditività complessiva.
È lo stesso schema che, con le dovute proporzioni, potrebbe ricordare quello di Coca Cola: non tanto un’azienda di bevande in senso stretto, quanto una macchina di generazione di flussi di cassa costruita attorno a marchi che godono di un potere di prezzo difficilmente scalfibile. Finché il consumatore continua a pagare quel premio, il mercato tende a riconoscere all’azienda multipli generosi, anche quando la crescita dei volumi rallenta.
Cosa si sarebbe rotto nel 2024
Poi qualcosa si sarebbe incrinato. Tra la fine del 2024 e i mesi successivi, i conti trimestrali avrebbero iniziato a mostrare segnali di rallentamento nei consumi di superalcolici, in particolare sul mercato statunitense, dove l’intero comparto spirits (non solo Campari, ma anche i concorrenti francesi e britannici) avrebbe registrato una contrazione dei volumi. A questo si sarebbe aggiunto un effetto cambio sfavorevole e una revisione al ribasso della guidance sull’anno, elementi che avrebbero spinto diversi analisti internazionali a tagliare i target price sul titolo.
Nei mesi successivi il quadro si sarebbe ulteriormente complicato con l’emergere di un’indagine di natura fiscale legata alla holding di controllo della famiglia fondatrice, un fattore che, pur non riguardando direttamente la società quotata, potrebbe aver contribuito ad alimentare la sfiducia del mercato in un momento già delicato. Il risultato è che, da quei massimi, il titolo potrebbe aver ceduto oggi fino al 60% del proprio valore.
La divergenza che in pochi starebbero notando
Ed è qui che, secondo alcune letture tecniche, si starebbe formando qualcosa di potenzialmente interessante. Sul time frame settimanale, mentre il prezzo continuerebbe a segnare nuovi minimi relativi, l’indicatore RSI calcolato su 14 periodi non starebbe seguendo lo stesso percorso: al contrario, risulterebbe in fase di risalita. Una configurazione di questo tipo, in gergo tecnico, verrebbe definita divergenza rialzista, e indicherebbe che la pressione venditrice, pur mantenendo il prezzo sotto scacco, potrebbe progressivamente indebolirsi.
Non si tratterebbe di un episodio isolato di qualche settimana, ma di una dinamica che sembrerebbe protrarsi dal 2025, un orizzonte temporale che, in analisi tecnica, tenderebbe a dare a questo tipo di segnale un peso maggiore rispetto a una divergenza di brevissimo termine, proprio perché coinvolgerebbe un ciclo più ampio e non un semplice rimbalzo tecnico.
Perché questa divergenza potrebbe non essere da sottovalutare
Una divergenza di questo tipo, da sola, non basterebbe mai a giustificare un cambio di scenario. Ma potrebbe assumere un significato diverso se letta insieme ai piani che il management avrebbe indicato per i prossimi anni: continuare a guadagnare quote di mercato rispetto ai concorrenti diretti, puntare su un numero più contenuto di iniziative commerciali ma con un impatto potenzialmente maggiore, e proseguire nella razionalizzazione del portafoglio marchi, con la cessione di alcune linee ritenute non più strategiche.
Il paradosso della valutazione
C’è poi un ultimo elemento che potrebbe rendere la vicenda ancora più interessante. Al prezzo attuale, il rapporto prezzo/utili P/E calcolato sugli ultimi dodici mesi risulterebbe inferiore a 20 volte, mentre quello stimato sugli utili attesi (fwd) scenderebbe intorno alle 15 volte, proprio in virtù delle prospettive di miglioramento della marginalità indicate dal management.
Questo significherebbe, in altre parole, che il crollo del prezzo non si starebbe necessariamente accompagnando a un crollo di pari entità del valore intrinseco dell’azienda. Anzi, in una lettura puramente ipotetica, potrebbe persino starsi creando un disallineamento tra le due grandezze, un tema di cui, al momento, sembrerebbero parlare in pochissimi.
Una riflessione, non un consiglio
Chi guarda oggi a Campari lo fa quasi sempre con gli occhi di chi ha già perso qualcosa: un titolo che per anni è stato sinonimo di solidità e che negli ultimi due si è trasformato in una delusione per molti risparmiatori italiani. Capire questa frustrazione è importante, forse più importante del grafico stesso.
Una divergenza tecnica non sarebbe mai una certezza, ma solo un indizio che il mercato tende talvolta a offrire prima che il quadro cambi realmente, o prima che continui esattamente come sta andando ora. Prima di trarre qualsiasi conclusione operativa, sarebbe sempre opportuno valutare con attenzione la propria esposizione al rischio, l’orizzonte temporale e, soprattutto, evitare di lasciarsi guidare dall’emotività di chi, su questo titolo, avrebbe già perso pazienza.