Gli ultimi dati di Ember, think-tank del settore energetico, indicano che il 32% del fabbisogno energetico mondiale è oggi coperto da fonti rinnovabili, principalmente eolico, solare e idroelettrico. Un settore in crescita esponenziale, favorito anche da fattori come l’instabilità internazionale, che hanno accelerato la transizione dai verso nuove fonti di energia.
Ma quale sarà il futuro dell’energia verde? E quali Paesi sono i maggiori utilizzatori di queste tecnologie che alimentano un’intera industria delle rinnovabili?
I campioni della transizione
I “campioni” sono quei Paesi che guidano la transizione energetica verso le rinnovabili. In alcuni casi, come Albania, Bhutan e Islanda, il 100% dell’elettricità viene prodotto da fonti rinnovabili, mentre gli altri superano il 90% di utilizzo di energia verde. Alcuni, come Albania e Norvegia, si affidano principalmente all’energia idroelettrica; altri, come l’Islanda, sfruttano anche fonti geotermiche.
Questi Paesi fanno affidamento sulle energie pulite da decenni e le loro infrastrutture sono spesso state progettate in maniera specifica per l’utilizzo di fonti rinnovabili. Si tratta per lo più di Stati di piccole dimensioni, con condizioni geografiche favorevoli allo sviluppo delle energie verdi: fattori che consentono una transizione più rapida e semplice rispetto ad altri modelli energetici.
I Paesi in transizione
Questi Paesi sono prevalentemente europei e, negli ultimi due decenni, hanno incrementato in modo significativo l’utilizzo delle energie rinnovabili. Tutti producono almeno il 50% della propria elettricità da fonti rinnovabili, oppure si trovano appena al di sotto di questa soglia.
Nel caso della Croazia (76% dell’elettricità totale) e dell’Italia (49%), gran parte dell’energia deriva dall’idroelettrico, mentre in Portogallo le principali fonti di produzione sono l’energia idroelettrica ed eolica. Nel Regno Unito (52%), così come in Svezia e Germania, la preferenza ricade soprattutto sull’eolico.
Questo cambiamento ha subito una forte accelerazione dopo la crisi finanziaria del 2008 e con il crescente potere geopolitica della Russia in Europa. Molti Paesi europei stanno adottando vere e proprie politiche di transizione energetica: l’Energiewendetedesca, elaborata negli anni 2010, mira a eliminare gradualmente le centrali a carbone e a sostituirle rapidamente con fonti a basse emissioni di carbonio. Nel frattempo, Regno Unito e Paesi Bassi hanno costruito importanti parchi eolici offshore nel Mare del Nord, che oggi coprono circa il 30% della produzione elettrica di entrambi i Paesi.
In Italia si registra un forte utilizzo dell’idroelettrico e una crescita significativa del solare, che ha ormai superato la produzione idroelettrica. Tuttavia, il Paese dipende ancora dal gas importato per alimentare molte delle sue tradizionali centrali a combustibili fossili.
Questi Stati si trovano dunque in una fase di transizione, nella quale le centrali elettriche tradizionali continuano spesso a operare accanto alle fonti rinnovabili, soprattutto nei momenti in cui l’energia verde non riesce a soddisfare l’elevato fabbisogno di elettricità.
Un caso più complesso tra i paesi in transizione è la Cina. Sebbene continui a dipendere fortemente dal carbone, è anche il maggiore investitore mondiale nelle energie non inquinanti, in particolare nel solare e nell’idroelettrico.
Gli scettici
In questi Paesi, le fonti energetiche a basse emissioni hanno avuto una diffusione limitata e rappresentano meno del 30% della produzione totale di elettricità. Negli Stati Uniti (24% del totale) e in Russia (17%), nazioni con ampie riserve di petrolio greggio e gas naturale, la principale fonte di produzione elettrica resta quella fossile.
Questi Paesi dipendono spesso in larga misura dall’industria dei combustibili fossili come componente fondamentale delle loro economie, come avviene negli Stati Uniti e in Russia. Inoltre, esistono forti resistenze politiche da parte di gruppi vicini all’industria petrolifera e del gas, che rendono difficile modificare lo status quo.
La Francia rappresenta un’eccezione a questa dinamica, grazie alla sua forte dipendenza dall’energia nucleare, che nel 2020 ha rappresentato il 72,3% dell’intera produzione elettrica nazionale. Tuttavia, la Francia ricorre poco alle fonti energetiche rinnovabili, rappresentando solo il 26%.
Inoltre, i costi elevati della transizione energetica fanno sì che molti dei Paesi più poveri del mondo non siano ancora in grado di affrontarla. In altri casi, vi sono pochi incentivi economici ad abbandonare alternative fossili più economiche, soprattutto quando il Paese è ancora in fase di sviluppo economico.
Quale futuro?
Nonostante la rapida crescita della produzione di energia rinnovabile, la transizione resta estremamente disomogenea a livello globale. Geografia, economia e politica influenzano infatti la facilità e la velocità con cui i Paesi riescono ad abbandonare i combustibili fossili.
Mentre alcune nazioni producono ormai quasi tutta la loro elettricità da fonti rinnovabili, altre rimangono fortemente dipendenti da petrolio, gas e carbone. Tuttavia, il calo dei costi delle tecnologie solari ed eoliche, insieme alla crescente pressione internazionale per ridurre l’inquinamento, fanno sì che le energie rinnovabili continueranno a espandersi rapidamente nei prossimi decenni.
Inoltre, queste tecnologie diventeranno sempre più accessibili anche ai Paesi in via di sviluppo, molti dei quali dispongono di condizioni particolarmente favorevoli per la produzione di energia verde.
Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale il 2024-10-09 20:41:23. Titolo originale: Renewables: which countries are ahead, and which are lagging in green energy production?