Il superamento di importanti traguardi nei listini azionari americani, come la barriera dei 40.000 punti superata dal Dow Jones Industrial Average, costituisce un bell’argomento di discussione fra gli analisti - chi mai se lo sarebbe aspettato a gennaio di quest’ anno?
Tuttavia, gli esperti di mercato non suggeriscono che, graficamente, questo livello di 40.000 sia così importante dal punto di vista dell’analisi tecnica.
Ciò che conta davvero è ciò che sostiene il mercato, vale a dire:
- se le aziende stanno ottenendo profitti sostenibili,
- dove è posizionata la politica monetaria della Fed,
- dove è posizionata la politica fiscale della presidenza Biden,
- quale sia il panorama futuro per la salute economica degli USA e in particolare per il mercato del lavoro.
Fortunatamente per il mercato, gli scenari per la maggior parte di queste variabili su indicate appaiono piuttosto positivi in questi giorni, e sono in gran parte alla base dell’ultima storica spinta dell’indice DJ sopra la fatidica soglia dei 40k.
Certo, la quota 40k è un grande traguardo, ma alla fine non c’è molta differenza tra 39.500 e 40.000. Tuttavia, questo è un ottimo promemoria di quanta strada il mercato azionario abbia fatto in così poco tempo, e senza che si sia creata una bolla speculativa. Stavolta il mercato è salito perché le industrie fanno utili a palate. Soldi veri. E non promesse di profitti futuri, come fu nella bolla delle dot com della primavera del 2000.
Pensate a quante persone parlavano di recessioni e di mercati ribassisti durante tutto lo scorso anno. Ora siamo ancora una volta tornati a nuovi massimi, perché la recessione in America non è arrivata, e forse non arriverà mai. Forse al massimo ci sarà un rallentamento della crescita, ma i consumi restano eccezionalmente resilienti e il tasso di utilizzo degli impianti in USA è sempre molto vicino all’80%, segno che le aziende “pompano” ancora al massimo i loro impianti produttivi.
Guardiamo al passato recente.
In effetti, il mercato ha inciampato sulla feroce politica monetaria Fed per tutto il 2022, per poi entrare nel 2023 con quasi tutta Wall Street convinta che un’imminente recessione innescata dal rialzo dei tassi di Powell & Co. avrebbe ulteriormente esercitato pressioni ribassiste sui titoli azionari.
Ma il ridimensionamento economico non è mai avvenuto, i consumi e gli investimenti hanno tenuto bene, forse grazie ad una sacca di risparmio monetario che le famiglie e le imprese avevano accumulato durante la fase Covid del 2020-2021. Allo stesso tempo, l’aiuto fiscale del Congresso ha contribuito a compensare l’aumento dei tassi di interesse Fed, mentre un boom di produttività nel settore tecnologico, accumulata grazie all’intelligenza artificiale, hanno fornito ulteriore benzina al motore della crescita economica americana. Tuttavia, mentre il risparmio post-Covid sta per esaurirsi, gli ultimi due fattori di cui sopra sono ben lungi dal prosciugarsi.
Questi 3 fattori di cui sopra hanno più che compensato l’apprensione dei mercati riguardo alla direzione che la Federal Reserve stava prendendo con la politica monetaria, in un contesto di inflazione che si è rivelata sorprendentemente vischiosa. Quindi, se le aziende hanno fatto utili con la Fed che ha portato i tassi da 0% a 5,50% che cosa accadrà quando la Federal Reserve nel 2° semestre taglierà i tassi due volte, a settembre e a dicembre 2024?
Insomma, è come se gli investitori si siano stancati di essere spaventati da tutti questi pensieri pessimistici che circolavano nel 2022 e nel 2023. Il mercato ha iniziato a scontare lo scenario rialzista, guidato dall’aumento della produttività e dall’incremento dei fatturati aziendali dato dall’utilizzo massiccio dell’intelligenza artificiale.
Il Dow con 30 titoli, sebbene in rialzo frazionario venerdì 17 maggio e oggi lunedì 20 maggio, è aumentato di quasi il 6% nel 2024 ed è cresciuto di oltre il 19% nell’ultimo anno.
Tuttavia, ha ampiamente sottoperformato le sue principali controparti, con l’S&P 500 che è balzato dell’11% nel 2024 e del 27% nell’ultimo anno, mentre il Nasdaq Composite e tutti i suoi titoli tecnologici di alto livello sono aumentati rispettivamente dell’11% e del 33%.
In effetti, il Dow ha non pochi detrattori come indice borsistico.
La critica è principalmente basata sul fatto che cattura solo una piccola parte di ciò che sta realmente accadendo nel mercato negli anni 20 del XXI° secolo e tende a portare all’interno del suo paniere i nuovi titoli solo dopo che hanno raggiunto il loro picco massimo in termini di prezzo e capitalizzazione. Con l’impennata dei titoli “Magnifici Sette”, l’indice sta perdendo sicuramente il suo appeal rispetto al Nasdaq e all’SP500.
Forse i trader non si concentrano molto più sul Dow Jones come facevano un tempo, certamente non gli investitori più giovani. Per gli investitori più giovani, il Nasdaq è il mercato proxy del mercato globale, quello iper-tecnologico, al quale guardare e a cui pensano.
Tuttavia non c’è alcun dubbio: in questo momento il contesto economico, la combinazione di continua disinflazione e crescita economica ancora decente ma non elevata è una ricetta piuttosto buona per il mercato azionario americano in generale.
E a questo punto sarà perfettamente indifferente per i listini azionari il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti: Biden o Trump non conta, contano solo i profitti.
Infine, è stato un mercato che è risultato anche più resiliente, oltre che alla politica monetaria Fed, anche nei confronti del rischio geopolitico puro, rappresentato dalla guerra russo-ucraina e dalla guerra Israele-Hamas.
Ogni storno degli indici sarà quindi di breve durata e un’occasione per rientrare su NVIDIA, MSFT oppure AAPL, perché la liquidità in circolazione è tanta e gira per i mercati aspettando l’ora e i prezzi opportuni per inondare i listini.
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