Questo gigante di Piazza Affari è stato dimenticato. Eppure la sua forza non ha eguali

Tommaso Scarpellini

4 Novembre 2025 - 07:52

Un titolo leggendario che perde il suo smalto proprio quando sembra più invincibile. Ma attenzione: la verità è meno ovvia di quanto sembri.

Questo gigante di Piazza Affari è stato dimenticato. Eppure la sua forza non ha eguali

C’è un titolo a Piazza Affari che per anni è stato la punta di diamante del listino, un simbolo di eccellenza e performance. Amato dagli investitori, invidiato dai competitor, quasi idolatrato dai gestori. Eppure, nell’ultimo mese, qualcosa si è incrinato.

Ferrari (RACE) ha perso oltre il 16% in Borsa dopo aver presentato il suo Piano Strategico 2030. Una discesa improvvisa che ha lasciato molti spiazzati. Ma cosa è successo davvero? È una semplice correzione o un campanello d’allarme più profondo?

Cosa ha buttato giù Ferrari

Tutto parte dal Capital Markets Day, l’evento in cui Ferrari ha illustrato la roadmap per i prossimi cinque anni. Le nuove linee guida hanno deluso le aspettative del mercato, nonostante in superficie sembrassero positive: numeri solidi, ma inferiori al consenso, che si aspettava qualcosa di più ambizioso.

Il punto critico non è solo nei numeri, ma nella direzione strategica. Ferrari prevede una media di quattro nuovi modelli all’anno dal 2026 al 2030, con una composizione della gamma che vedrà il 40% dei veicoli a combustione interna, il 40% ibridi e il 20% completamente elettrici. È qui che molti investitori hanno iniziato a storcere il naso.

Nonostante John Elkann abbia definito la futura Ferrari elettrica “la fusione perfetta tra tecnologia, design e artigianato”, il mercato teme che l’elettrificazione possa intaccare l’essenza del brand. Un rischio non nuovo: lo stesso è accaduto con Porsche, quando il gruppo Volkswagen ha spinto sul full electric, e il mercato ha reagito con diffidenza.

Il problema non è la crescita, ma la percezione

Ferrari rimane una delle aziende più redditizie al mondo, con margini operativi che superano quelli di quasi tutti i costruttori di auto di lusso. Tuttavia, la valutazione del titolo ha sempre incorporato un “Ferrari premium”, cioè una sorta di sovrapprezzo psicologico e finanziario basato sul mito del Cavallino Rampante. Oggi, quel premium è messo in discussione.

Il mercato teme che l’evoluzione verso l’elettrico riduca l’unicità del prodotto e, di conseguenza, il pricing power. In altre parole, si teme una “Porscheizzazione” del brand: un marchio prestigioso, ma non più elitario. E quando il mercato inizia a dubitare della sostenibilità dei margini futuri, il repricing è immediato.

Valutazioni: da mito a realtà

Prima del calo, Ferrari trattava a un P/E di circa 50x, un multiplo paragonabile più a quello di un titolo tech che a un costruttore automobilistico. Dopo il crollo, il P/E trailing è sceso intorno ai 40x, mentre quello forward si aggira sui 33x. Siamo ancora sopra la media dei peer, ma la contrazione indica che il mercato sta iniziando a “normalizzare” le aspettative.

Da un punto di vista tecnico, il titolo mostra segnali di eccesso di analisi di sentiment negativo. Il selloff è stato alimentato da prese di profitto dopo un rally pluriennale e dal posizionamento eccessivamente ottimista pre-evento. Non è raro, in questi casi, che una fase di consolidamento anticipi un ritorno graduale della fiducia.

Inoltre, sul piano fondamentale, Ferrari resta un unicum: ROE a doppia cifra, margine operativo tra i più alti del comparto e una capacità di generare free cash flow che consente al gruppo di finanziare internamente gran parte delle sue innovazioni. In un contesto di tassi elevati e costo del capitale crescente, questo è un vantaggio competitivo notevole.

La sfida dell’elettrico e la sostenibilità del brand

La vera incognita non è tanto la transizione elettrica in sé, quanto il modo in cui Ferrari saprà declinarla senza snaturarsi. L’azienda ha sempre puntato sull’esclusività, sulla sensazione di “macchina viva”. Tradurre questa filosofia nel linguaggio dei kilowatt e delle batterie sarà la prova più dura della sua storia industriale.

La questione, dunque, non è se Ferrari riuscirà a costruire un’auto elettrica competitiva, ma se saprà renderla desiderabile.

E qui entra in gioco la narrazione: il brand storytelling. Finché Ferrari riuscirà a far percepire l’elettrico come una nuova forma di performance, e non come una rinuncia, il suo vantaggio simbolico resterà intatto.

Un’occasione nascosta o una trappola di valore?

Gli investitori si dividono in due categorie: chi vede il recente calo come un’occasione di ingresso e chi lo interpreta come l’inizio di una fase di decelerazione strutturale. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.

Da una parte, i multipli si stanno ridimensionando e ciò potrebbe offrire un margine di sicurezza maggiore rispetto ai livelli euforici precedenti. Dall’altra, la traiettoria del titolo resta legata alla capacità dell’azienda di convincere il mercato che la Ferrari elettrica non sarà solo un’auto, ma un’esperienza.

Un occhio attento noterà che le dinamiche cicliche e i driver macro (come i tassi, il cambio euro-dollaro e la propensione al rischio globale) incidono meno su Ferrari rispetto agli altri titoli del settore automobilistico. Questo perché la domanda per i suoi prodotti è inelastica, un tratto che rende la casa di Maranello più simile a un luxury brand che a un player industriale.

La forza silenziosa di chi non deve dimostrare nulla

Ferrari non ha bisogno di inseguire nessuno. È un titolo che, storicamente, ha corso più degli indici e ha generato valore nonostante valutazioni sempre elevate. Il recente storno è un richiamo alla realtà, ma anche un promemoria: quando un’azienda di eccellenza rallenta, non sempre è l’inizio di una fine ma magari può essere semplicemente un cambio di marcia.

Nel lungo periodo, la capacità di adattarsi preservando la propria identità è ciò che distingue i marchi immortali da quelli effimeri.

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