Prezzo dell’oro, e se le banche centrali fossero solo la conseguenza (e non la causa)?

Tommaso Scarpellini

30 Giugno 2026 - 21:52

Le banche centrali comprano oro per il debasement del dollaro? La realtà potrebbe essere l’esatto contrario di quanto credi.

Prezzo dell’oro, e se le banche centrali fossero solo la conseguenza (e non la causa)?

Quando un asset rompe ogni record storico, la prima domanda che ci si pone è sempre la stessa: chi sta comprando? E la risposta che il mercato si è dato, quasi per pigrizia intellettuale, è stata immediata: le banche centrali. Ma se questa narrativa fosse, in realtà, costruita al contrario? C’è un rischio nascosto dietro questa convinzione collettiva ed è il tipo di errore che si paga caro quando il prezzo dell’oro inverte la rotta senza preavviso.

La narrativa dominante: il debasement del dollaro

La narrativa più diffusa, quella che ha accompagnato la corsa dell’oro degli ultimi anni, racconta una storia semplice e rassicurante per chi vuole una spiegazione immediata: le banche centrali comprerebbero oro in maniera massiccia per affrancarsi dal dollaro, e questo acquisto strutturale avrebbe sostenuto il prezzo fino ai massimi storici.

I numeri, in effetti, ci sono e sono imponenti. Secondo le stime del World Gold Council, gli acquisti netti delle banche centrali avrebbero superato le mille tonnellate annue in ciascuno degli anni dal 2022 al 2024, un ritmo senza precedenti nella storia moderna. Nel 2025 il dato si sarebbe moderato a circa 863 tonnellate, restando comunque su livelli storicamente elevati. E il 2026 sarebbe partito con un primo trimestre da 244 tonnellate di acquisti netti, in crescita del 17% rispetto al trimestre precedente, secondo le rilevazioni del WGC.

Il vero meccanismo: causa o effetto?

Provo a fare un esercizio che raramente viene fatto: rovesciare la prospettiva. E se non fossero le banche centrali a spingere il prezzo dell’oro, ma fosse il contesto macroeconomico a spingere prima la domanda di oro, e solo in un secondo momento anche gli acquisti ufficiali delle banche centrali?

Detto altrimenti: l’oro potrebbe salire perché domandato dal mercato nel suo complesso, e l’aumento del prezzo comporterebbe automaticamente, e quasi meccanicamente, un incremento della percentuale di riserve auree sul totale delle riserve di una banca centrale, indipendentemente da nuovi acquisti. Solo in un secondo momento, come reazione a un trend già in corso, arriverebbero anche gli acquisti veri e propri.

Se questa ipotesi fosse corretta, cambierebbe radicalmente la lettura del fenomeno: le banche centrali non sarebbero la causa del rally, ma l’effetto. E se sono l’effetto, allora i loro acquisti potrebbero non essere sufficienti, da soli, a sostenere il prezzo nel tempo. Il vero motore resterebbe la domanda aggregata, quella che dipende dalle condizioni macroeconomiche generali, non dalla volontà discrezionale di un singolo istituto centrale.

E il mercato, quando deve decidere se comprare o vendere oro, guarderebbe prima di tutto alla macroeconomia.

Il ciclo dei tassi reali e del deficit

Per capire questo meccanismo serve guardare a un contesto già vissuto: quello post inflattivo, simile a quanto accaduto nel 2022. In quella fase l’oro avrebbe sofferto inizialmente, perché le aspettative sui tassi della Federal Reserve sarebbero salite, spingendo i rendimenti obbligazionari più in alto e rendendo le obbligazioni stesse più attraenti rispetto al metallo giallo, che notoriamente non paga cedola.

Ma quando i rendimenti si stabilizzano, in primo piano tornerebbe un problema ben diverso, e molto più strutturale: il deficit fiscale. A tassi elevati il costo del debito pubblico cresce, e l’unico modo concreto per ridurne il peso reale sarebbe svalutarlo attraverso l’inflazione. Se le aspettative inflattive risalgono, sia le banche centrali che gli investitori retail tornerebbero a comprare oro, e il prezzo riprenderebbe a salire.

Attenzione, però: in questa lettura il prezzo non salirebbe perché le banche centrali comprano per il debasement valutario. Cambierebbe completamente la prospettiva di causa.

Perché lo sottolineo con questa enfasi? Perché oggi, con il prezzo dell’oro in fase calante, molti si chiedono: ma come, l’oro non doveva salire proprio perché comprato dalle banche centrali? La risposta, secondo questa ipotesi, sarebbe spiazzante: le banche centrali non c’entrerebbero quasi nulla in questa dinamica specifica.

Perché l’oro scende oggi

Secondo questa interpretazione, l’oro scenderebbe oggi perché nel breve termine aumentano i rendimenti obbligazionari, e il mercato sposterebbe capitali verso quell’asset class più remunerativa nell’immediato.

Coerentemente con i dati di mercato, l’oro avrebbe toccato un massimo storico a gennaio 2026 sopra i 5.600 dollari l’oncia, per poi attraversare una fase correttiva che lo avrebbe riportato verso area 4.000 dollari, con un calo di circa il 9% solo nel mese di giugno.

Ma la storia, se questo schema fosse corretto, sarebbe già scritta: se il deficit fiscale continua ad aumentare, la coda lunga di questo processo sarebbe la stessa di sempre. Lo Stato, per svalutare il debito, tornerebbe a generare inflazione, e l’oro tornerebbe a essere domandato come copertura.

È, in sostanza, un ciclo. E secondo questa lettura, l’unica cosa che l’oro potrebbe fare oggi, nel breve termine, sarebbe cedere terreno.

Ma domani? Qui arriverebbe il punto cruciale: domani l’oro potrebbe tornare attrattivo, con o senza il contributo delle banche centrali. Potrebbe essere così. Il condizionale, in questo caso, non è una formula di cortesia: è la misura esatta dell’incertezza con cui ogni ipotesi macro andrebbe trattata.

Cosa significa per chi ha oro in portafoglio

Se questa lettura fosse anche solo parzialmente corretta, chi possiede oro oggi dovrebbe interrogarsi non tanto su «quanto comprano le banche centrali», quanto sulla traiettoria reale dei tassi e del deficit pubblico nei principali Paesi avanzati. Il vero indicatore da monitorare potrebbe non essere il bollettino trimestrale del World Gold Council, ma l’evoluzione dei rendimenti reali e delle aspettative inflattive.

Non si tratta di una certezza, ma di un’ipotesi di lavoro che potrebbe spiegare meglio dei numeri sugli acquisti ufficiali il comportamento erratico dell’oro nelle ultime settimane. E le ipotesi, quando riguardano i propri risparmi, meriterebbero sempre di essere verificate prima di essere scartate.