Chi cammina in montagna nella nebbia, con il GPS in mano, ha i mezzi per sapere di essere salito molto in alto. Ma non sa se, a poca distanza, ci sia un picco più alto. Finché la nebbia resta, la quota raggiunta è solo un dato, non una certezza.
La conoscenza scientifica funziona così, e il filosofo Karl Popper ne ha spiegato il motivo: nessun numero di osservazioni conferma in modo definitivo una teoria generale, mentre basta un’osservazione contraria per metterla in discussione. Una teoria che resiste ai tentativi di smentirla viene accettata solo provvisoriamente.
Newton, Mercurio e il pianeta che non c’era
Prendiamo la teoria della gravitazione di Newton, pubblicata nel 1687. Per più di due secoli è stata la spiegazione accettata del moto dei pianeti. Nel 1859 l’astronomo francese Urbain Le Verrier notò che il perielio di Mercurio, cioè il punto della sua orbita più vicino al Sole, avanzava più di quanto la teoria prevedesse. Lo scarto era tuttavia piccolo, poco più di un centesimo di grado ogni cento anni.
Pur di tenere in piedi la teoria secolare, gli astronomi cercarono un pianeta tra Mercurio e il Sole, Vulcano, ma non lo trovarono mai. Solo nel 1915 Einstein spiegò lo scarto con la relatività generale.
Newton non è diventato falso: resta una buona approssimazione per gran parte dei casi pratici. La sua spiegazione però non era definitiva.
Quando una verità sembra evidente
Più in generale i guai cominciano quando una verità sembra evidente.
Se è evidente, chi non la vede non può che mentire: non è solo un soggetto che la pensa diversamente, è necessariamente in malafede. E con chi è in malafede non si ragiona, lo si deve combattere.
Questa logica ha prodotto, nella storia, alcune tra le etichette più atroci per togliere umanità all’«altro», da «eretico» a «nemico del popolo», e ha alimentato la persecuzione di ebrei e rom.
Perché ci caschiamo? Perché cambiare idea costa. Lo psicologo Leon Festinger, nel 1957, chiamò dissonanza cognitiva il disagio che proviamo quando due convinzioni, o una convinzione e un fatto, non stanno insieme. Per ridurre il disagio possiamo cambiare idea, oppure trovare una ragione per ignorare il fatto. La seconda strada spesso ci costa meno.
Il mercato, una macchina per votare
Sui mercati finanziari, nel breve periodo, questo meccanismo si legge nei prezzi. Nel 1981 l’economista Robert Shiller sostenne che i prezzi delle azioni si muovono molto più di quanto i dividendi pagati dalle società possano giustificare.
Warren Buffett, che attribuiva la frase al suo maestro Benjamin Graham, la rese così: nel breve periodo il mercato è una macchina per votare, nel lungo una bilancia.
Il punto è proprio questo. Chi vota non deve calcolare quanto vale un’azienda: gli basta aspettarsi che altri votino come lui. Per questo, nel breve, una storia semplice, «sale tutto» o «crolla tutto», può muovere i prezzi più di un calcolo. Il calcolo richiede pazienza e la disponibilità ad accettare che resti un margine di incertezza. La storia no. Una storia così si legge più in fretta di un calcolo, si condivide più facilmente e fa più rumore.
Le due tifoserie le conosciamo: i super-ottimisti e i catastrofisti, ciascuno con le sue buone ragioni. Chi esprime un’opinione diversa dal sentimento del momento rischia di essere bollato come visionario o come incompetente.
Tra tifo e manipolazione
Non tutto, però, si spiega con gli incentivi psicologici sottotraccia. C’è anche chi manipola di proposito, ad esempio diffondendo una notizia falsa per gonfiare un prezzo e vendere a chi arriva dopo.
Per questo sui mercati finanziari esistono i divieti di manipolazione e di abuso di informazioni privilegiate, e autorità che li fanno rispettare, in Italia la Consob.
Le regole possono vietare di manipolare, ma non di fare il tifo. Quello resta affare di ciascuno.
La domanda di Popper
Per fare chiarezza aiuta una domanda ispirata a Popper, da farsi proprio quando una storia sembra evidente: che cosa dovrebbe succedere perché io abbia torto? Se non so dirlo, probabilmente sto facendo il tifo.
Rifiutarsi di tifare costa fatica, la fatica di dubitare, cioè di accettare la nebbia, che sulla montagna come nelle nostre menti ci accompagna sempre.
Guido Giaume è consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede: bancario dal 1984, consulente dal 1992, è laureato in Scienze Politiche con una tesi econometrica. Ritiene che per investire con successo, oltre a una competenza tecnica di alto livello, sia indispensabile la comprensione approfondita della psicologia di chi investe. Le opinioni espresse negli articoli sono analisi personali dell’autore: non costituiscono in alcun modo sollecitazione al pubblico risparmio né consulenza personalizzata in materia di investimenti e non impegnano in alcun modo la mandante Giotto Cellino SIM. |
Commenti
1La questione è sempre quella: serve chiarezza, altrimenti anche le teorie più solide diventano polvere nella nebbia! A me il mese arriva e la confusione resta.