Giovedì 22 ottobre è un’altra giornata complicata per le azioni Technoprobe. Il titolo, quotato su Piazza Affari e neo-componente del FTSE MIB, cede al momento (ore 15:45) il 4,49% a quota 25,54 euro secondo i dati di Borsa Italiana. L’intero comparto tecnologico europeo è sotto pressione, con l’indice italiano tra i peggiori del Vecchio Continente (-1,43%).
A soffrire con Technoprobe sono anche Prysmian (-4,98% a 102,95) e STMicroelectronics (-3,52% a 40,55), ma il fenomeno è continentale. Cedono anche l’olandese ASML (-3%), la tedesca Infineon (-2,8%), la francese Legrand (-3,5%), la francese Schneider Electric (-3,2%) e la tedesca Siemens (-2,6%).
Technoprobe, il titolo che ha corso più di tutti
Fino a poche settimane fa, Technoprobe era una delle storie più brillanti di Piazza Affari. Il 21 settembre il titolo ha fatto il suo ingresso nel FTSE MIB, prendendo il posto di DiaSorin, un passaggio che come abbiamo raccontato ha ulteriormente alimentato gli acquisti da parte dei fondi indicizzati. Nei due anni precedenti il titolo aveva reso oltre il 250%, sostenuto da più revisioni al rialzo della guidance nel corso del 2026.
Ma il percorso non è stato lineare, anzi. A metà luglio il titolo era già scivolato di circa un quarto dai massimi di giugno, senza notizie negative specifiche, come notavamo allora. E non era nemmeno la prima volta che il nome Technoprobe finiva associato a un de-rating dell’intero comparto «AI-adjacent», perché già a metà settembre un sell-off settoriale aveva colpito Technoprobe insieme a Prysmian e STMicroelectronics, innescato dalle dichiarazioni di alcuni vertici dell’industria dell’IA su un possibile rallentamento dello sviluppo dei modelli più avanzati.
Il copione, in sostanza, si ripete: ogni volta che cresce l’incertezza sui tempi e sui ritorni della spesa in intelligenza artificiale, i titoli percepiti come più esposti a quel tema vengono ridimensionati per primi.
I conti restano da record
Quello che rende il caso Technoprobe particolarmente interessante è che il calo delle ultime settimane non è accompagnato da un deterioramento dei fondamentali. Nel primo semestre 2026 l’azienda ha riportato ricavi per 464,1 milioni di euro, in crescita del 42,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, trainati soprattutto dai volumi legati all’intelligenza artificiale. L’EBITDA è salito del 93,8% a 206,2 milioni, con un margine passato dal 32,6% al 44,4% dei ricavi, mentre l’utile netto si è attestato a 143,1 milioni, contro i 34,4 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente.
Alla pubblicazione dei conti, lo scorso 5 agosto, la società ha anche rivisto al rialzo la guidance per l’intero 2026: ricavi attesi tra 1.050 e 1.100 milioni di euro (dal precedente intervallo 950-1.050 milioni) e margine EBITDA tra il 46% e il 48% (dal 44%-46% indicato in precedenza), con investimenti previsti fino al primo trimestre 2027 saliti a circa 350 milioni. Per il terzo trimestre, la società ha indicato ricavi attorno a 314 milioni di euro e un margine EBITDA del 52% circa. I prossimi risultati, attesi il 10 novembre, saranno il primo vero banco di prova per verificare se queste previsioni reggono.
Occhio alla sostenibilità della spesa IA
Se i conti non spiegano il calo, la spiegazione va cercata altrove: nel dubbio, sempre più diffuso tra gli investitori, che la spesa miliardaria delle grandi aziende tecnologiche americane in infrastrutture per l’intelligenza artificiale non si traduca in ritorni altrettanto solidi. A riaccendere questo timore sono stati, nei giorni scorsi, segnali contrastanti da due nomi di peso: Tesla ha indicato una spesa in conto capitale per il 2026 di circa 20 miliardi di dollari, inferiore di oltre un quinto rispetto alla stima precedente di oltre 25 miliardi (nel terzo trimestre la spesa è stata di 4,7 miliardi, contro i 7,5 miliardi attesi in media dagli analisti secondo i dati LSEG), senza precisare dove sarebbero stati effettuati i tagli; Meta, all’opposto, ha alzato i piani di spesa per l’anno e ha annunciato una nuova classe di azioni senza diritto di voto, che potrebbe servire a finanziare ulteriori acquisizioni.
Come ha sintetizzato Santiago Mateo, responsabile azionario di CaixaBank Asset Management, «gli investitori vogliono prove che gli investimenti si traducano in una crescita più solida»: il mercato, cioè, non mette ancora in discussione la corsa agli investimenti nell’IA, ma chiede segnali più chiari sui ritorni attesi.
Non è la prima volta che questo dubbio si traduce in un terremoto per Technoprobe: tra il 14 e il 15 ottobre il titolo aveva già perso oltre il 13% in una singola seduta, in un contesto di vendite generalizzate sul comparto tech europeo.
Le previsioni degli analisti: valutazioni alte, giudizi divisi
La correzione delle ultime settimane ha riportato il titolo su livelli molto distanti dai target price pubblicati dagli analisti prima della fase più acuta del sell-off. Al momento dell’ingresso nel FTSE MIB, a fine settembre, i target comunicati oscillavano tra i 24,60 euro di Mediobanca Research (giudizio neutrale) e i 44 euro di Bank of America (comprare), passando per i 41 euro di UBS, i 40 euro di Intesa Sanpaolo ed Equita (comprare) e i 34 euro di Berenberg (hold). Lo stesso target di Equita è stato poi alzato l’8 ottobre a 44 euro, con rating buy confermato e multipli stimati a 39-24 volte gli utili attesi per il 2027-2028 e a 25-16 volte l’EV/EBITDA per lo stesso periodo.
Con il titolo sceso sotto i 26 euro, quei target implicherebbero oggi un potenziale di rivalutazione molto ampio secondo le case più ottimiste, ma vanno letti con la consapevolezza che sono stati pubblicati prima del crollo di metà ottobre e dell’ulteriore calo odierno, e potrebbero quindi non riflettere ancora la view più aggiornata degli analisti.
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