C’è un paese che ha già vissuto ciò che l’Europa sta iniziando appena a sperimentare. Un laboratorio a cielo aperto dove demografia e debito pubblico si sono intrecciati per decenni, producendo un esperimento economico senza precedenti nella storia moderna. Il Giappone potrebbe essere lo specchio in cui l’Europa, e in particolare i Paesi dell’eurozona più indebitati, si troverà a guardarsi tra vent’anni.
Il debito come destino: i numeri che nessuno vuole leggere
Il Giappone detiene oggi un rapporto debito/PIL che supera il 220%, un valore che non ha precedenti tra le economie avanzate e che per decenni è stato presentato come un’anomalia gestibile, quasi una curiosità macroeconomica. La Bank of Japan ha risposto a questa pressione con una politica di tassi negativi o prossimi allo zero mantenuta per oltre quindici anni consecutivi, acquistando quantità di titoli di Stato tali da diventare il primo detentore del proprio stesso debito pubblico, con una quota che supererebbe il 50% del totale dei JGB (Japanese Government Bonds) in circolazione.
Questo meccanismo, noto agli analisti come monetizzazione del debito, ha prodotto effetti che si potrebbero definire paradossali: stabilità apparente dei rendimenti nel breve periodo, ma erosione progressiva del potere d’acquisto reale e distorsione profonda dei mercati finanziari interni. La borsa di Tokyo ha impiegato oltre trent’anni per tornare ai livelli del 1989, un dato che dovrebbe indurre riflessioni profonde su cosa significhi realmente «tenere» un investimento azionario nel lungo periodo in un contesto di stagnazione strutturale.
La trappola demografica: quando mancano i contribuenti
Il cuore del problema giapponese non è finanziario, è biologico. Con un tasso di fertilità intorno a 1,2 figli per donna, il Giappone ha una delle popolazioni che invecchiano più rapidamente al mondo. Oggi circa il 29% della popolazione ha più di 65 anni, una percentuale destinata a salire verso il 38% entro il 2050 secondo le proiezioni delle Nazioni Unite. Ogni lavoratore attivo sostiene un numero crescente di pensionati, e questa equazione produce una pressione fiscale e previdenziale che nessuna manovra di bilancio riesce a correggere strutturalmente.
L’Italia condivide dinamiche preoccupantemente simili: con un tasso di fertilità di circa 1,24 e una quota di over 65 già superiore al 23% della popolazione, si collocherebbe tra i paesi europei strutturalmente più esposti a questo scenario. Le proiezioni ISTAT indicano che entro il 2050 il rapporto tra popolazione in età lavorativa e pensionati potrebbe scendere a valori vicini a 1,5 a 1, un equilibrio che renderebbe il sistema previdenziale attuale insostenibile senza interventi radicali.
BTP e tassi: la finestra che potrebbe chiudersi
Per chi detiene BTP in portafoglio, l’esperienza giapponese offre una lettura a doppia interpretazione. Da un lato, il Giappone dimostra che un paese con debito molto elevato può sopravvivere finanziariamente a lungo, a patto che la banca centrale intervenga massicciamente e che la maggior parte del debito sia detenuta internamente. Dall’altro, dimostra che il costo di questa sopravvivenza si misura in stagnazione reale, rendimenti reali negativi per i risparmiatori e una compressione strutturale della crescita potenziale.
L’Italia presenta tuttavia una differenza fondamentale rispetto al Giappone: non dispone di una banca centrale propria. La BCE gestisce una politica monetaria calibrata su diciannove economie con caratteristiche molto diverse, e la protezione implicita dello scudo anti-spread (il cosiddetto TPI, Transmission Protection Instrument) rimane uno strumento condizionale, non automatico. Il differenziale di rendimento tra BTP decennali e Bund tedeschi, che ha oscillato tra 130 e 200 punti base nel corso del 2023 e del 2024, incorpora già una quota di premio al rischio che riflette questa asimmetria istituzionale.
La trappola della liquidità e il risparmiatore inconsapevole
Uno degli effetti meno discussi dell’esperienza giapponese riguarda il comportamento dei risparmiatori retail. Con tassi nominali vicini allo zero per oltre un decennio, i risparmiatori giapponesi hanno progressivamente ridotto l’allocazione in strumenti a rischio, accumulando liquidità in depositi bancari o in titoli di stato a brevissimo termine con rendimenti reali negativi. Il risultato è stato una perdita silente e progressiva di potere d’acquisto che non appare nei grafici di borsa ma si manifesta nel tenore di vita reale.
In Europa, e in Italia in particolare, un meccanismo simile potrebbe innescarsi se i tassi dovessero restare elevati a lungo comprimendo la crescita, oppure scendere rapidamente riportando i rendimenti reali in territorio negativo. Il risparmiatore che oggi parcheggia capitali in conti deposito al 3-4% potrebbe trovarsi tra due anni con rendimenti nominali dimezzati e un’inflazione ancora al di sopra di quel valore, replicando esattamente la dinamica che ha eroso i risparmi di intere generazioni di famiglie giapponesi tra il 2000 e il 2020.
Cosa differenzia l’Europa dal Giappone: variabili critiche
Sarebbe però un errore trattare il paragone come una profezia automatica. L’Europa presenta alcune variabili che potrebbero alterare significativamente il percorso. La diversità interna dell’eurozona, con economie come la Germania o l’Olanda strutturalmente più solide sul piano demografico e fiscale, potrebbe fungere da elemento stabilizzante. Il mercato unico europeo offre una capacità di aggiustamento attraverso la mobilità del lavoro che il Giappone non ha mai avuto in misura comparabile.
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Tuttavia, l’unione fiscale rimane incompleta, e l’assenza di un vero Tesoro europeo con capacità di emissione comune lascia i singoli stati nazionali esposti a dinamiche di mercato che il Giappone, con la propria piena sovranità monetaria, non ha mai dovuto affrontare nella stessa forma. Questo potrebbe rappresentare la differenza strutturale più importante tra i due scenari.
Chi guarda al futuro con capitali da proteggere non dovrebbe ignorare quello che il Giappone ha già vissuto.