Torna Quota 100 per la pensione anticipata, ma sarà diversa dal passato. 850 milioni in Legge di Bilancio 2027 per consentire di smettere di lavorare prima dei 67 anni.
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Pensioni, torna Quota 100. Che la riforma delle pensioni rappresenti un argomento delicato lo abbiamo sempre detto, ma con l’approvazione del testo della legge di Bilancio 2027 da parte del Consiglio dei ministri ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.
Nonostante se ne parli da mesi, infatti, il governo ha dimostrato di non aver ancora raggiunto un accordo su come realizzare l’obiettivo di un pensionamento per tutti a 64 anni, coinvolgendo anche coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996, oggi esclusi dalla possibilità di accedere all’opzione contributiva della pensione anticipata.
Al netto dei proclami fatti in queste settimane, anche da Matteo Salvini nel corso della conferenza stampa di presentazione della manovra, la partita sulla prossima riforma delle pensioni è ancora tutta da giocare e la sensazione è che alla fine ne uscirà una misura ridimensionata rispetto alle aspettative iniziali.
La dimostrazione ne è il capitolo pensioni della legge di Bilancio che, come anticipato, non scende nel dettaglio delle misure, limitandosi a indicare una cifra che dovrà essere utilizzata per finanziare interventi di flessibilità da definire con un decreto ad hoc.
E i soldi stanziati, appena 850 milioni di euro, non sembrano essere sufficienti per una riforma che possa stravolgere le regole di pensionamento attuali, anche perché con lo stesso fondo bisognerà finanziare anche le misure in scadenza alla fine dell’anno, come l’Ape Sociale.
Come potrebbe funzionare la nuova Quota 100
Quota 100 nacque nel triennio 2019-2021, durante l’esperienza di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, prevedendo come requisiti per il pensionamento anticipato 62 anni di età e 38 anni di contributi.
Di fatto fu, come dimostrarono anche i numeri, una delle misure di flessibilità più importanti degli ultimi anni, ma anche le risorse messe a disposizione furono notevoli: per il triennio 2019-2021, il Fondo per la revisione del sistema pensionistico, destinato a finanziare Quota 100 e gli altri interventi di pensionamento anticipato, poteva contare su uno stanziamento iniziale di quasi 21 miliardi di euro.
Molti di più rispetto alle risorse di cui dovrà accontentarsi la nuova Quota 100, che sarà molto differente da quella di allora, se non altro perché serviranno due anni in più per poter smettere di lavorare. D’altronde, il progetto di partenza prevedeva l’estensione dell’opzione anticipata contributiva a tutti i lavoratori, anche a quelli che, avendo maturato contributi prima del 31 dicembre 1996 e avendo pertanto la pensione calcolata con il sistema misto, ne sono esclusi (salvo il caso in cui ricorrano al computo nella Gestione Separata).
Oggi questa opzione consente a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 di andare in pensione con 64 anni di età (a cui dal 2027 si aggiungerà un ulteriore mese per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita) e 20 anni di contribuzione, gli stessi richiesti per la pensione di vecchiaia a 67 anni. Di fatto uno sconto di tre anni, ma condizionato a un requisito molto importante: nel momento del pensionamento bisogna aver raggiunto un importo sufficiente per poter vivere una vita dignitosa, senza pesare sull’assistenza dello Stato.
La soglia minima è stata quantificata in 3 volte il valore dell’Assegno sociale: stando ai valori del 2026, pari a 546,24 euro mensili, si tratta quindi di una pensione di almeno 1.638,72 euro lordi al mese.
Partendo da questo, l’intenzione del governo era di togliere un semplice paletto dall’opzione contributiva della pensione anticipata: consentirvi l’accesso anche a coloro che hanno contributi maturati prima del 31 dicembre 1996, stabilendo che tutta la pensione sarebbe stata calcolata con il metodo contributivo, anche per la parte che altrimenti sarebbe ricaduta nel retributivo.
Il problema, però, è sempre lo stesso: le risorse. E infatti nell’articolo 52 della bozza della legge di Bilancio, all’interno di quello che è stato rinominato “Fondo per il supporto in uscita dal mercato del lavoro”, vengono stanziati appena 850 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029: complessivamente 2,55 miliardi nel triennio, che non sembrano essere sufficienti per attuare il piano di riforma.
Da qui le voci su una possibile Quota 100 della quale si discuterà nelle prossime settimane, con l’obiettivo di raggiungere un accordo su una forma di pensionamento a 64 anni che, a differenza dell’opzione contributiva suddetta, potrebbe richiedere 36 anni di contributi anziché 20. Va detto che questo requisito cambierebbe poco, se non ridurre leggermente la platea: considerando il requisito economico da raggiungere, che dovrebbe essere confermato anche per questa nuova opzione, sarebbe comunque complicato arrivare a una tale somma con soli 20 anni di contributi.
Non si sta andando, quindi, né nella direzione di una Quota 100 come quella prevista nel triennio 2019-2021, per la quale, ricordiamo, erano sufficienti 62 anni di età insieme a 38 anni di contributi, né verso la semplice estensione dell’opzione contributiva della pensione anticipata, per cui sono invece sufficienti 20 anni di contributi.
Sarebbe una misura del tutto nuova, con una platea limitata, anche perché lo stesso fondo potrebbe servire per la proroga dell’Ape Sociale, come pure per misure pensate appositamente per i soggetti in difficoltà o per eventuali interventi sugli ammortizzatori sociali.
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