Peculato: significato ed esempi del reato commesso dai pubblici ufficiali

Isabella Policarpio

1 Dicembre 2020 - 09:26

1 Dicembre 2020 - 09:30

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Peculato e peculato d’uso: spieghiamo con esempi pratici cosa sono, disciplina e come sono puniti dal Codice penale.

Peculato: significato ed esempi del reato commesso dai pubblici ufficiali

Cos’è il reato di peculato, chi può commetterlo e quale punizione è prevista dalla legge? Sono domande frequenti anche perché, purtroppo, del reato di peculato se ne sente spesso parlare.

Disciplina e significato del peculato e del peculato d’uso sono descritti nell’articolo 314 del Codice penale, che prevede come sanzione massima la reclusione in carcere fino a 10 anni. Si tratta di un condotta molto grave: chi commette il peculato ostacola il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, lede le funzionalità dell’ufficio a cui è preposto e causa un danno ai beni di cui si appropria indebitamente.

Ecco dettagli, disciplina legale e qualche esempio pratico.

Cos’è il reato di peculato: disciplina del Codice penale

Il delitto di peculato è una particolare forma di appropriazione indebita ed è commessa da chi riveste un incarico pubblico e si appropria di denaro o delle cose altrui di cui è in possesso (o ha la disponibilità) in ragione del suo ufficio.

La disciplina del peculato è contenuta nell’articolo 314 del Codice penale e fa parte dei reati contro la Pubblica amministrazione.

Questo è un “reato proprio”, vale a dire che può essere commesso soltanto da una particolare categoria di persone: esclusivamente da un soggetto che riveste la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio e non da un comune cittadino.

Dal punta di vista pratico, commette peculato chi prende con sé, utilizza, vende o ruba denaro, oggetti e altro materiale di cui è a disposizione in ragione del proprio incarico e che non potrebbe essere nella disponibilità di altri. Tanto per fare un esempio, commette peculato il tesoriere comunale (o un qualsiasi altro funzionario amministrativo) che si appropria di somme appartenenti all’ente pubblico.

Come è punito il reato di peculato e il peculato d’uso

Dal punto di vista sanzionatorio, il peculato è punito severamente: l’articolo 314 del Codice Penale prevede la reclusione da 4 anni al 10 anni e 6 mesi in carcere.

La legge prevede una attenuate (e quindi la riduzione di pena) se il colpevole ha agito con l’unico scopo di fare un uso momentaneo della cosa/denaro poi l’ha restituita. In questo caso la pena è la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Questa condotta viene comunemente chiamata peculato d’uso.

Reato di peculato mediante profitto dell’errore altrui

Oltre al peculato semplice e al peculato d’uso, il nostro ordinamento prevede anche un’altra fattispecie: si tratta del peculato mediante profitto dell’errore altrui, descritto nell’articolo 316 del Codice penale come segue:

“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, giovandosi dell’errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.”


Affinché si configuri questa particolare tipologia di peculato, è necessario che l’errore del soggetto passivo sia spontaneo e non causato dal raggiro del pubblico ufficiale, altrimenti si avrebbe una truffa aggravata.

Differenza con l’appropriazione indebita

Spesso il peculato viene confuso con un altro reato con cui ha diversi punti in comune: l’appropriazione indebita (articolo 646 del Codice penale).

Anche in questo caso c’è l’illecita appropriazione di beni/denaro altrui di cui il colpevole ha momentaneamente il possesso ma - a differenza del peculato - tale condotta può essere commessa da qualsiasi cittadino, per questo si dice che è un “reato comune.”

Il peculato, invece, come abbiamo spiegato, è un reato esclusivo dei pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.

Anche la pena è diversa: l’appropriazione indebita è meno grave del peculato ed è punita con “la reclusione da due a cinque anni e con la multa da euro 1.000 a euro 3.000.”

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