Oro, rimbalzo dai minimi di un anno con il petrolio in calo: perché il quadro resta fragile

Ufficio Studi Money.it

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L’oro recupera quasi il 2% verso 3.975 dollari dopo il crollo di venerdì sotto i 3.900, aiutato dal calo del Brent sui segnali diplomatici tra Usa e Iran e da ricoperture in ipervenduto. Il prezzo resta però sotto tutte le medie mobili e sotto i 4.000 dollari, con la Fed che potrebbe alzare i tassi a dicembre.

Oro, rimbalzo dai minimi di un anno con il petrolio in calo: perché il quadro resta fragile

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L’oro prova a lasciarsi alle spalle la caduta di fine ottobre. Alle 15:51 di oggi, lunedì 2 novembre, il metallo giallo vale 3.975 dollari l’oncia sulla quotazione di Money.it, basata sul future Comex, l’1,9% in più rispetto al riferimento di venerdì, dopo una giornata passata tra 3.889 e 3.976 dollari.

Il merito, più che dell’oro, è del petrolio. Il Brent è sceso intorno a 106 dollari al barile, oltre il 6% sotto la chiusura di venerdì, mentre i colloqui tra funzionari iraniani e mediatori del Qatar, iniziati venerdì nella capitale iraniana e proseguiti nel fine settimana a Doha, potrebbero riaprire un canale tra Washington e Teheran. Un canale, non una pace: nel fine settimana nello Stretto di Hormuz sono state segnalate navi colpite, e dopo il voto americano di martedì non si esclude una ripresa delle ostilità. Come il mercato del greggio stia sgonfiando il premio di rischio lo abbiamo raccontato in Petrolio, il Brent scende sotto 110 dollari.

Perché un barile più leggero dovrebbe aiutare l’oro? La risposta passa dall’inflazione americana. A settembre i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono saliti del 3,7% su base annua e la benzina, da sola, ha spiegato più di metà dell’aumento del mese, come si legge nel rapporto del Bureau of Labor Statistics. Meno petrolio vuol dire attese d’inflazione più basse, una Fed meno costretta a stringere e un costo opportunità più leggero per chi tiene in portafoglio un metallo che non paga cedole. È la lettura che va per la maggiore tra gli operatori, e oggi anche un dollaro leggermente più debole dà una mano.

Conta poi il grafico. Venerdì l’RSI a 14 sedute aveva chiuso a 27,6, in pieno ipervenduto, e da lì sono ripartiti gli acquisti. Un rimbalzo dall’ipervenduto, però, non è di per sé un’inversione.

Venerdì, vendite per fare cassa

Il tonfo di venerdì 30 ottobre, oltre il 3% in una sola seduta, con il prezzo sotto i 3.900 dollari e ai minimi da circa un anno, non è nato da un allentamento della tensione geopolitica: quel giorno il petrolio saliva. Secondo diverse ricostruzioni hanno pesato soprattutto le vendite forzate seguite allo scivolone dei titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale. Chi doveva coprire margini e perdite altrove ha venduto quello che si vendeva più in fretta, oro compreso. Non è un meccanismo nuovo, e lo avevamo analizzato in Oro e Bitcoin hanno tradito chi cercava protezione?.

Sullo sfondo c’è la Fed. Il 28 ottobre ha lasciato i tassi nella forchetta 3,75%-4%, ma non all’unanimità: Lisa Cook e Beth Hammack avrebbero voluto un rialzo di un quarto di punto. Nel comunicato del FOMC si legge che l’inflazione «resta elevata» (traduzione nostra), e sui future dei fed funds, stando alle ricostruzioni di stampa, un nuovo rialzo a dicembre resta lo scenario considerato più probabile.

Il grafico non è ancora cambiato

Una seduta positiva non basta a ribaltare la tendenza. Sui dati di chiusura del 30 ottobre l’oro stava sotto tutte le principali medie mobili, con quella a 200 sedute lontana, a 4.505,94 dollari, e un ADX a 30,1 che descrive un trend ribassista ancora ben definito. Dal massimo storico di fine gennaio, intorno a 5.600 dollari, il prezzo ha perso quasi il 30%.

Il livello da guardare, invece, è a un passo. La prima resistenza calcolata dall’analisi tecnica passa in area 3.989 dollari, praticamente attaccata alla soglia dei 4.000: è quella da riconquistare per tornare almeno a un quadro neutrale. Sotto, il primo supporto è intorno a 3.830, poco al di sotto dei minimi di venerdì.

Chi cerca un appoggio di lungo periodo lo trova nelle banche centrali, che continuano a comprare. Ad agosto, secondo il World Gold Council, gli istituti centrali hanno aggiunto 39 tonnellate nette, 170 da inizio anno: nel conto annuale guida la Polonia con 98 tonnellate, mentre la banca centrale cinese ha allungato a 22 mesi la serie di acquisti consecutivi. È una domanda che sostiene il prezzo nel tempo, ma con il rimbalzo di oggi c’entra poco.

Una settimana che può pesare

Martedì 3 novembre gli americani votano per le elezioni di metà mandato, un appuntamento che il mercato guarda anche per le ricadute sul dossier iraniano. Venerdì 6 arriva il rapporto sull’occupazione di ottobre, il dato più capace di spostare le attese sulla Fed, e martedì 10 tocca all’inflazione dello stesso mese. Il vero banco di prova resta il FOMC del 9 dicembre.

Fino ad allora il rimbalzo vive di due condizioni: un petrolio che resti lontano dai massimi delle ultime settimane e un oro capace di stare sopra i 4.000 dollari per più di una seduta. Oggi la prima c’è. La seconda, a meno di 30 dollari di distanza, non ancora.

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