E se l’oro fosse veramente troppo alto? È la domanda che, sempre più spesso, inizia a ronzare nella mente degli investitori osservando il grafico dei prezzi.
Dopo anni di salita quasi ininterrotta, culminata con la rottura di tutti i massimi storici, è lecito chiedersi se sia arrivato il momento della resa dei conti.
Dopotutto, il mantra secondo cui «tutto ciò che sale deve prima o poi scendere» non è nato per caso. Ma possiamo davvero applicarlo all’oro?
Perché dire «è salito troppo» non è un’analisi
Dire che l’oro debba scendere semplicemente perché ha già fatto +20% o +30% è una scorciatoia intellettuale. L’oro, come ogni asset reale, non obbedisce a regole fisse, e non si «stanca» di salire. Il suo prezzo dipende da una serie di variabili, alcune fondamentali, come il costo di estrazione, il rapporto domanda/offerta, le riserve delle banche centrali, ma soprattutto da driver psicologici e macroeconomici: inflazione, crisi sistemiche, de-dollarizzazione, tensioni geopolitiche.
L’oro sale quando cresce la paura. E negli ultimi anni, ce n’è stata in abbondanza. Guerre, inflazione, politica monetaria incerta, crescita debole. Ecco che allora l’oro assume un ruolo rifugio, a prescindere da quanto possa apparire «caro». Ma allora ha ancora senso chiedersi se sia troppo alto? In un certo senso, sì. Ma la risposta non la troveremo nei numeri assoluti. Piuttosto, possiamo analizzare alcuni indizi tecnici e comportamentali che ci suggeriscono che forse... qualcosa si sta incrinando.
Debolezza tecnica: la stanchezza si nota anche sui grafici
Esiste un modo per capire se un asset è «relativamente troppo alto»? Sì, e si chiama analisi tecnica. Non perché sia magica o predittiva, ma perché permette di osservare quando un prezzo si allontana troppo da una situazione di equilibrio.
Nel caso dell’oro, uno degli indicatori più utili è l’RSI a 14 periodi su timeframe settimanale. Questo oscillatore misura la forza del movimento di prezzo e attualmente mostra valori stabilmente sopra quota 80: una zona che storicamente rappresenta un’area di distribuzione, cioè di potenziale inversione. Inoltre, anche la distanza del prezzo dalle medie mobili a lungo termine è diventata abnorme rispetto al passato recente, suggerendo uno squilibrio tecnico.
Attenzione: questo non significa automaticamente che il prezzo dell’oro crollerà. Già due volte nel 2024, a marzo e novembre, l’oro aveva toccato livelli tecnicamente «tirati», eppure ha continuato a salire. La differenza oggi sta proprio nella combinazione tra ipercomprato e distanza dalla media: uno scenario che non può durare per sempre.
Gold, 1W
Grafico a candele settimanali dell'oro. Fonte: baha.com
Cosa lo spinge così in alto? Una parola: speculazione
La risposta più ovvia è la domanda. Ma non tutta la domanda è uguale. Negli ultimi mesi, gran parte dei flussi sull’oro è arrivata da una categoria ben precisa di operatori: i CTA, ovvero Commodity Trading Advisors.
Questi fondi, spinti da modelli trend-following, hanno comprato oro in maniera massiva, contribuendo a spingerne il prezzo sopra i massimi storici. Il posizionamento Q-CTA ha toccato livelli record. Come scrive Goldman Sachs:
«I flussi sistematici stanno sostenendo la rottura dell’oro»
Fin qui tutto bene. Ma attenzione al rovescio della medaglia. Un eccesso di posizionamento in un’unica direzione rende il mercato fragile. Basta poco per innescare una correzione: un segnale tecnico, un ritorno del risk-on, o un cambio nei tassi d’interesse. A quel punto, gli stessi fondi sistematici potrebbero vendere in massa, causando un crollo violento.
Debolezza fondamentale
Nel 2025, il costo di estrazione dell’oro ha toccato livelli insostenibili, con aziende come Barrick Mining che riportano un +20,4% dei costi AISC, arrivando a $1.775 per oncia. Allo stesso tempo, la domanda ha segnato un nuovo record, superando le 1.200 tonnellate, mentre la produzione ha anch’essa raggiunto picchi storici.
Questo squilibrio apparente, costi in aumento, offerta in espansione e domanda drogata da fattori di paura, viene ulteriormente alimentato dagli acquisti delle banche centrali, che nel primo trimestre hanno accumulato 244 tonnellate d’oro. Quindi è pericoloso anche perché il rally è sostenuto da fondamentali estremi e potenzialmente insostenibili, dove basta un cambio di narrativa o di politica monetaria per far crollare tutto il castello.
Quindi, è alto o no?
La risposta più onesta è: sì, l’oro è relativamente alto. Non si tratta di una valutazione assoluta, perché l’oro non ha un valore «corretto» universalmente riconosciuto. È un asset che sfugge alle logiche classiche di valutazione, non produce utili né dividendi e non può essere inquadrato con i multipli tradizionali. Tuttavia, da un punto di vista tecnico e comportamentale, appare evidente come il metallo prezioso stia attraversando una fase di eccesso, spinto da flussi speculativi e sempre più distante dai suoi livelli di equilibrio storici.
Questa dinamica rende il contesto attuale particolarmente delicato. L’oro potrebbe certamente continuare a salire, anche perché in mercati dominati dalla paura o dall’incertezza sistemica, non esiste alcuna legge che imponga un immediato riassorbimento degli squilibri. Ma a meno che non si stia assistendo a un cambiamento strutturale profondo, come un trasferimento stabile e irreversibile della ricchezza globale verso l’oro, è ragionevole aspettarsi, prima o poi, una rotazione degli asset.
Il capitale tende per sua natura a cercare rendimenti ottimali e a diversificare, non a fossilizzarsi in un solo rifugio. Per questo, seguendo la logica ciclica che da sempre regola i mercati, è plausibile che parte della liquidità oggi concentrata sull’oro venga progressivamente redistribuita verso altre classi di investimento, con tutte le conseguenze del caso sul prezzo del metallo.