Noi siamo le rane, l’automazione è l’acqua che bolle

I robot sostituiranno la forza lavoro umana? L’aumento della disoccupazione e la meccanizzazione del processo produttivo non aiutano a creare nuovi posti di lavoro.

Noi siamo le rane, l'automazione è l'acqua che bolle

Se mettiamo una pentola di acqua sul fuoco essa comincia pian piano a diventare più calda, aumentando sempre più di temperatura. Ciò però non avviene all’infinito, dal momento che ad un certo punto le cose cambiano in maniera drastica: l’acqua comincia ad bollire e si trasforma in vapore. In fisica questo fenomeno si chiama passaggio di stato.

L’automazione, guidata dal progresso tecnologico, è aumentata inesorabilmente negli ultimi decenni. Due scuole di pensiero economico sono, da molti anni, impegnate in un dibattito sui potenziali effetti dell’automazione sui posti di lavoro, l’occupazione e l’attività umana.

Saranno le nuove tecnologie a produrre la disoccupazione di massa, quando i robot prenderanno tutti i posti di lavoro degli uomini, o saranno invece i robot stessi e l’automazione in generale ad aumentare la richiesta di manodopera umana?

Il dibattito si è infiammato di nuovo recentemente a causa di nuove conquiste tecnologiche, come ad esempio l’apprendimento profondo, che ha permesso ad AlphaGo, un programma creato da Google, di battere il campione del mondo di scacchi Lee Sedol, un compito considerato da molti impossibile.

In definitiva, la questione si riduce a questo: le moderne tecnologie di oggi e le innovazioni sono, come quelle del passato, che hanno reso obsoleto il lavoro del creatore di calessi, ma hanno creato il lavoro del costruttore di automobili? O c’è qualcosa oggi che è nettamente diverso?

Il libro di Malcolm Gladwell «The Tipping Point» ha sottolineato questo, come quello che lui ha definito «quel magico momento in cui l’idea, di una tendenza o comportamento sociale, supera una soglia e si diffonde a macchia d’olio.»
Possiamo davvero essere sicuri che non ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno?

Vediamo come rispondere a queste domande.

Leggi anche Disoccupazione tecnologica: cos’è? Ecco il risultato del progresso

Vecchie paure per le nuove tecnologie

Questa non è una preoccupazione nuova. Risale, almeno per quanto riguarda i luddisti, all’inizio del XIX secolo in Gran Bretagna, quando le nuove tecnologie causavano paura per gli inevitabili cambiamenti che apportavano.

Può sembrare facile oggi mettere da parte le preoccupazioni pensandole come un’ipotesi infondata. Ma gli economisti Jeffrey Sachs, della Columbia University, e Laurence Kotlikoff, della Boston University, sostengono, che «se le macchine sono sempre così intelligente, grazie alla loro cervelli formati di microprocessori, non avranno a lungo bisogno del lavoro non qualificato per operare» Dopo tutto, che scrivono:

Delle macchine intelligenti ora raccolgono i nostri pedaggi autostradali, ci controllano nei negozi, prendono la nostra pressione sanguigna, ci massaggiano le spalle, ci danno indicazioni, rispondono ai telefoni, stampano i nostri documenti, trasmettono i nostri messaggi, cullano nostri bambini, leggono i nostri libri, accendono la nostra luci, lucidano le scarpe, custodiscono le nostre case, fanno volare i nostri, scrivono ciò che desideriamo, insegnano ai nostri figli, uccidono i nostri nemici, e la lista continua.

Uno sguardo ai dati economici

Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee dell’MIT di recente hanno scritto:

Per diversi decenni dopo la seconda guerra mondiale, le statistiche economiche che preoccupavano di più di tutti si alzarono insieme qui in America, come se fossero strettamente accoppiate. Il Pil è cresciuto, e così ha fatto la produttività - la nostra capacità di ottenere più prodotto da ciascun lavoratore.
Allo stesso tempo, abbiamo creato milioni di posti di lavoro, e molti di questi sono stati quelle tipologie di lavori che hanno permesso al lavoratore medio americano, che non ha (e ancora non) una laurea, di godere di uno standard elevato e in crescita del tenore di vita. Ma ... la crescita della produttività e la crescita dell’occupazione hanno iniziato ad un certo momento a separarsi e a non andare più di pari passo.

Come mostrano i dati sopra si può vedere la separazione, l’economia degli Stati Uniti ha cominciato a performare abbastanza male per il 90 per cento degli americani negli ultimi 40 anni.
La tecnologia è alla guida del miglioramento della produttività, che porta alla crescita dell’economia, ma non dei posti di lavoro.

Ma la marea non solleva tutte le barche e la maggior parte degli americani non ha percepito alcun beneficio da questa crescita. L’economia statunitense sta continuando a creare posti di lavoro, ma non ne sta creando abbastanza.
Il tasso di partecipazione della forza lavoro, ossia l’indice che misura la parte attiva della forza lavoro, quindi coloro che hanno le capacità e le forze per essere impiegati, è così calato dalla fine del 1990.

Mentre la produzione manifatturiera è a un livello più alto, la creazione di nuovi posti di lavoro è più bassa oggi di quanto non fosse nel lontano 1940. I salari per i dipendenti privati inoltre sono fermi dalla fine del 1960, e il rapporto salario-PIL è in calo dal 1970.
La disoccupazione di lunga durata punta invece verso l’alto e continua a salire, mentre la disuguaglianza è diventata un argomento di discussione globale.

Dati pericolosi

Incredibilmente, gli economisti Angus Deaton, vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 2015, e Anne Case hanno scoperto che la mortalità per un americano bianco di mezza età è aumentata negli ultimi 25 anni, a causa di una epidemia di suicidi e di abuso di droghe e farmaci.

L’automazione, guidata dai progressi della tecnologia, in generale, e l’intelligenza artificiale e robotica, in particolare, è la causa principale del declino economico dei lavoratori americani?
In economia però è più facile essere d’accordo sui dati che essere d’accordo sulla causalità. Molti altri fattori possono infatti entrare in gioco, quali la globalizzazione, la deregolamentazione, il declino dei sindacati e cose simili.

Eppure, in un sondaggio del 2014, condotto da professori di Economia della Chicago Inititive, sui mercati globali, per quanto riguarda l’impatto della tecnologia in materia di occupazione e di reddito, il 43% degli intervistati era d’accordo con l’affermazione «le tecnologie dell’informazione e l’automazione sono una ragione principale per cui i salari medi sono stati stagnanti negli Stati Uniti nel corso del decennio, nonostante l’aumento della produttività». Mentre solo il 28% non era d’accordo.

Allo stesso modo, uno studio 2015 da parte del Fondo monetario internazionale ha concluso che il progresso tecnologico è un fattore importante nella crescita delle disuguaglianze nel corso degli ultimi decenni.
La verità di fondo è che, mentre l’automazione sta eliminando molti posti di lavoro nell’economia che una volta era fatta di persone, non vi è alcun segno che l’introduzione delle tecnologie negli ultimi anni ha portato alla creazione di un numero uguale di posti di lavoro ben pagati, che potessero tamponare le perdite subite.

Inoltre uno studio di Oxford 2014 ha rilevato che il numero di lavoratori statunitensi inseriti nelle nuove industrie è stato sorprendentemente piccolo: nel 2010, solo il 0,5% della forza lavoro è stato impiegato in settori che non esistevano nel 2000.

Le discussioni sull’argomento sono innumerevoli e guardano ad un futuro non molto lontano, che potrebbe portarci ben presto a dover fare i conti con una crescita della tecnologia correlata però ad una perdita di potere dei lavoratori.

Traduzione di Inverse.com

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