La corsa dell’oro dipende dalla Fed

Secondo Joe Foster, Portfolio Manager e Strategist di VanEck, l’oro potrebbe continuare a generare rendimenti fino a quando il mercato non vedrà che la Fed ha perso il controllo di un’economia sempre più debole

La corsa dell'oro dipende dalla Fed

Dopo l’intervento ultra espansivo di Mario Draghi di ieri, oggi gli investitori saranno focalizzati Oltreoceano per il meeting della Fed.

La Banca centrale statunitense comunicherà infatti le proprie decisioni di politica monetaria con successiva conferenza stampa del Presidente Jerome Powell.

I mercati si attendono che la Fed annunci la possibilità di un taglio dei tassi di interesse nei prossimi mesi per sostenere l’espansione dell’economia. A tal proposito i future sui Fed Funds segnalano che gli investitori attribuiscono una probabilità dell’85% a un taglio del costo del denaro a luglio.

Nel frattempo il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha alzato ulteriormente la tensione tra gli operatori dei mercati finanziari, ventilando l’ipotesi di poter esautorare dai poteri Jerome Powell, togliendogli la carica di numero uno del board.

Investitori guardano verso i beni rifugio

In questo contesto l’oro, notoriamente considerato come bene rifugio, è tornato nuovamente a correre, raggiungendo venerdì scorso il livello di prezzo più alto dall’aprile 2018.

La corsa all’oro è sostenuta da una serie di elementi, non solo le recenti tensioni interne negli Stati Uniti, ma anche per la guerra commerciale, i problemi legati alla Brexit, le rinnovate tensioni sul fronte geopolitico internazionale e il rallentamento economico globale.

I fattori di stabilizzazione dell’oro

«La debolezza del mercato azionario, dovuta alla battuta d’arresto dei negoziati Usa-Cina sui dazi doganali, ha creato un contesto favorevole. Un ulteriore contributo positivo per l’oro è venuto dalla flessione dei tassi reali, con il calo dei rendimenti dei Treasury Usa a cinque anni sotto il 2%», commenta Joe Foster, Portfolio Manager e Strategist di VanEck.

In direzione opposta a questi catalizzatori positivi si sono mossi il dollaro statunitense e le materie prime. «L’indice del dollaro statunitense si è mantenuto stabile nella fascia superiore del recente intervallo di contrattazione», spiega l’esperto.

Allo stesso tempo, le materie prime hanno registrato una considerevole flessione, per i timori relativi ai dazi e al quadro economico più in generale. Nel mese di maggio, il petrolio WTI ha perso il 15,9%, mentre il rame il 9,5%.

Banche centrali si rifornisco del metallo prezioso

Nel primo trimestre, come reso noto dal World Gold Council, la domanda di oro da parte delle banche centrali si è confermata robusta, con un aumento di 145,5 tonnellate, spiega l’esperto di VanEck.

Si tratta del valore più elevato da sei anni a questa parte e di una crescita del 68% rispetto all’anno precedente. La Serbia è stato l’ultimo paese, in ordine di tempo, ad annunciare l’intenzione di aumentare le proprie riserve aurifere.

La corsa dell’oro dipende dalla Fed

La compiacenza imperante nei mercati odierni è alimentata dall’aspettativa di ulteriori stimoli economici da parte della Federal Reserve, qualora il mercato azionario dovesse andare incontro a difficoltà.

«Noi, però, siamo dell’avviso che le politiche della Fed serviranno a ben poco se il trend della produzione manifatturiera punta verso una nuova recessione. L’oro potrebbe continuare a generare rendimenti mediocri fino a quando il mercato non vedrà che la Fed ha perso il controllo di un’economia sempre più debole», conclude Joe Foster, Portfolio Manager e Strategist di VanEck.

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