Oggi la Camera bassa giapponese avvia il dibattito parlamentare sul taglio dell’imposta sui consumi alimentari, la misura bandiera del governo di Sanae Takaichi. Il giorno prima, lunedì, davanti alla commissione Bilancio della Camera alta, la stessa Takaichi ha aperto per la prima volta esplicitamente alla possibilità di coprire il costo della misura con nuove emissioni di debito pubblico: «Non significa che stiamo escludendo l’emissione di obbligazioni», ha detto, aggiungendo che il governo intende «controllare in modo appropriato il volume delle emissioni». È un cambio di rotta rispetto alla linea finora sostenuta dall’esecutivo, secondo cui il finanziamento sarebbe arrivato solo da una riorganizzazione della spesa.
Un taglio da 10.000 miliardi di yen
Il provvedimento riduce l’imposta sui consumi alimentari dall’8% all’1% per due anni, a partire dall’aprile 2027, e si accompagna a un programma di sussidi legati al reddito: nel complesso, il costo stimato per le casse pubbliche è di circa 10.000 miliardi di yen nel biennio.
Il segretario capo di gabinetto Minoru Kihara ha precisato che il riferimento al debito è arrivato «nel contesto della formulazione complessiva del bilancio» e che «non c’è alcun cambiamento nella politica del governo»: una formula che lascia aperta la questione di quanta parte della misura sarà effettivamente coperta da nuovo debito.
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«Yen debole alla Takaichi»? Lei nega tutto
Nella stessa seduta di lunedì, rispondendo al parlamentare dell’opposizione Yoshifumi Hamano, Takaichi ha respinto le critiche secondo cui la sua politica economica sarebbe la causa diretta della debolezza dello yen e della salita dei tassi d’interesse giapponesi: «Sono stata ripetutamente criticata per lo «yen debole di Takaichi» e i «tassi alti di Takaichi», ma lo nego con chiarezza», ha detto, promettendo di rafforzare la fiducia nella valuta rilanciando l’economia reale.
Secondo quanto riportato, il governo prevede comunque di mantenere l’emissione complessiva di titoli di Stato per l’anno fiscale in corso in linea con il bilancio originario, una rassicurazione che alcuni analisti giudicano poco credibile alla luce dell’apertura sul debito.
Un anno di tensione fra crescita e credibilità valutaria
Il botta e risposta arriva a ridosso del primo anniversario dell’insediamento del governo Takaichi, il 21 ottobre. Da quando la leader del Partito Liberal Democratico si è insediata, lo yen è passato da circa 151 per dollaro a un minimo di diversi decenni, sceso fino all’area 161-163 in estate, mentre il rendimento del titolo di Stato decennale è salito da circa l’1,6% a un massimo trentennale del 3,115% registrato a settembre.
Il 31 luglio Tokyo e Washington sono intervenute congiuntamente sul mercato dei cambi per sostenere lo yen, la prima azione coordinata dal 2011: il ministero delle Finanze giapponese ha parlato di un intervento per «contrastare la volatilità eccessiva e i movimenti disordinati» della valuta, mentre il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha dichiarato di «sostenere con forza le misure decise del Giappone per correggere la sottovalutazione sostanziale dello yen». L’effetto è durato poco: dopo essere tornato fino a 155 per dollaro, lo yen ha ripreso a indebolirsi nelle settimane successive.
A fine settembre, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, il presidente Usa Donald Trump ha espresso personalmente a Takaichi la propria insoddisfazione per la debolezza della valuta giapponese, secondo quanto riferito dalla ministra delle Finanze Satsuki Katayama; il 15 ottobre la stessa Katayama ha rinnovato l’avvertimento che Tokyo è pronta ad agire di nuovo sul mercato dei cambi, dopo che un dato sull’inflazione Usa più caldo del previsto aveva rafforzato temporaneamente il dollaro.
Ueda cammina sul filo dei tassi
Proprio lunedì, in parlamento, anche il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda ha scelto parole caute ma non neutre: l’inflazione sottostante, ha detto, è «molto vicina» all’obiettivo del 2%, sostenuta da una domanda di intelligenza artificiale «molto forte» che spinge investimenti ed export, e «non adeguare in modo appropriato il tasso di riferimento potrebbe spingere al rialzo i tassi d’interesse a lungo termine».
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È un modo per dire che un ritardo nei rialzi, più che frenare i rendimenti, rischia di farli salire ulteriormente, alimentando timori di un surriscaldamento dei prezzi. La Bank of Japan ha portato il tasso di riferimento all’1,25% il 18 settembre, il livello più alto in oltre tre decenni, e si riunirà di nuovo il 30 ottobre: il mercato dei derivati prezza oggi una probabilità contenuta, fra il 5% e il 10% a seconda della fonte, di un nuovo rialzo in quella sede, e un’ottantina per cento di probabilità di un intervento entro dicembre.
L’agenda dei prossimi dieci giorni
Lo yen quota oggi intorno a 158,5 per dollaro, con il rendimento del decennale giapponese sceso a circa il 2,9% dal picco di settembre. Tre appuntamenti ravvicinati possono muovere questo equilibrio instabile: venerdì 23 ottobre esce l’indice dei prezzi al consumo di settembre, che gli economisti di Brown Brothers Harriman vedono in accelerazione fino a un’inflazione headline del 2,1% annuo; il 28 ottobre la Federal Reserve decide sui tassi americani, con il mercato che prezza una pausa; il 30 ottobre tocca alla Bank of Japan, insieme al rapporto trimestrale sulle prospettive economiche che chiarirà se il rialzo arriverà a dicembre.
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