Licenziata dopo 27 anni per un errore sul cibo scaduto. E il giudice gli da torto

Simone Micocci

24 Settembre 2026 - 17:10

Licenziata dopo 27 anni per la gestione di 340 prodotti scaduti: ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso e l’anzianità non è bastata a salvarle il posto.

Licenziata dopo 27 anni per un errore sul cibo scaduto. E il giudice gli da torto

27 anni di lavoro nella stessa azienda possono non bastare a evitare un licenziamento quando la condotta del dipendente compromette il rapporto di fiducia.

L’anzianità di servizio, infatti, conta nella valutazione della gravità dei fatti, ma non rappresenta una garanzia contro la perdita del posto. Anzi, in alcuni casi proprio l’esperienza accumulata può rendere meno giustificabile la violazione delle regole aziendali.

Lo dimostra la vicenda di una responsabile di un punto vendita, licenziata dopo 27 anni di servizio per la gestione irregolare di 340 prodotti scaduti, non smaltiti secondo le procedure previste. Una condotta che i giudici hanno considerato grave anche alla luce del ruolo ricoperto dalla lavoratrice, da 20 anni alla guida di una filiale.

Parlare di un semplice errore, però, rischia di essere riduttivo: secondo quanto accertato nel giudizio, infatti, le violazioni erano reiterate e protratte nel tempo, con merce scaduta da mesi e, in alcuni casi, da quasi un anno.

Tanto che la vicenda è arrivata fino alla Corte di cassazione, che con l’ordinanza n. 25231 dell’11 settembre 2026 ha respinto il ricorso della dipendente, lasciando ferma la decisione che aveva riconosciuto la legittimità del licenziamento.

Il caso di specie, perché la lavoratrice è stata licenziata

Ma qual è esattamente la ragione del licenziamento? Scendiamo nel dettaglio della vicenda, che vede contrapposte una società della distribuzione commerciale e una dipendente con 27 anni di anzianità aziendale.

Come anticipato, la lavoratrice ha perso il posto, il 14 aprile 2023, dopo che un controllo aveva fatto emergere la presenza di 340 prodotti scaduti e non smaltiti secondo le procedure aziendali (alcuni da diversi mesi, altri da quasi un anno).

Il problema riguardava anche la gestione dei prodotti dopo la scadenza dal momento che, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte d’appello, la dipendente aveva violato ripetutamente le disposizioni sul controllo e sullo smaltimento della merce.

Il fatto che i prodotti fossero stati, almeno in parte, tolti dagli scaffali e accantonati in magazzino è stato considerato un elemento a sostegno della sua consapevolezza: la responsabile conosceva la situazione, ma non l’aveva segnalata agli ispettori durante l’inventario.

I giudici hanno inoltre ritenuto che il mancato smaltimento e l’inserimento dei prodotti nell’inventario fossero finalizzati ad aumentare le possibilità di raggiungere gli obiettivi aziendali previsti per ottenere i premi destinati ai responsabili dei punti vendita.

La dipendente da parte sua ha contestato il licenziamento, mettendo in discussione l’intenzionalità della condotta e la gravità attribuita ai fatti e sollevando anche obiezioni sulla tempestività della contestazione disciplinare e sulle procedure richiamate dall’azienda.

Un ulteriore punto riguardava la presunta natura discriminatoria del licenziamento, che la lavoratrice collegava alla propria condizione di madre di due figli con disabilità grave e alla richiesta dei permessi previsti dalla legge 104 anche per il secondo figlio.

E pensare che in una prima fase i giudici le hanno anche dato ragione, salvo poi il ribaltamento dell’esito da parte della Corte d’Appello di Venezia che ha riconosciuto la giusta causa del licenziamento escludendone il carattere discriminatorio.

A quel punto la lavoratrice si è quindi rivolta alla Cassazione, dove però non ha avuto maggior fortuna.

Perché il licenziamento è legittimo per la Cassazione

Perché, quindi, la Cassazione ha dato torto alla lavoratrice? Il punto centrale è la gravità della condotta accertata dalla Corte d’appello, ritenuta tale da compromettere irrimediabilmente il rapporto di fiducia con l’azienda.

A pesare sono stati diversi elementi, come l’elevato numero dei prodotti scaduti e il lungo periodo trascorso. Circostanze che, insieme al ruolo ricoperto dalla dipendente, hanno sostenuto la ricostruzione di una violazione consapevole e sistematica delle procedure aziendali.

In questo quadro, i 27 anni di servizio non hanno rappresentato una circostanza sufficiente a salvare il posto: anzi, l’esperienza maturata ha contribuito a rendere poco credibile l’ipotesi che non conoscesse le regole fondamentali sulla gestione della merce scaduta.

La Cassazione ha poi chiarito che non è suo compito ripetere il processo e valutare nuovamente le prove, e questa è stata una delle principali cause del rigetto. Le contestazioni della dipendente, infatti, miravano in larga parte a ottenere una diversa lettura dei fatti già esaminati in appello, mentre per la Corte il ragionamento seguito dai giudici di merito si fondava su circostanze dimostrate e non presentava i vizi denunciati.

Quanto ai precedenti disciplinari, richiamati nella decisione, questi hanno soltanto rafforzato la valutazione: la condotta principale era già stata considerata sufficientemente grave da giustificare il licenziamento, anche senza attribuire un peso determinante alla recidiva.

Non ha trovato accoglimento neppure la contestazione sulla natura discriminatoria del provvedimento. È rimasto fermo l’accertamento della Corte d’appello, che aveva escluso elementi sufficienti a collegare il licenziamento alla condizione familiare della dipendente e alla fruizione dei permessi della legge 104.