Nell’ultima Quarterly Review, la Banca dei Regolamenti Internazionali fotografa un’estate di rendimenti sovrani in salita e spread europei in allargamento, con i mercati azionari che però reggono.
Ogni tre mesi la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri), l’istituzione di Basilea nota come «banca centrale delle banche centrali», pubblica la sua Quarterly Review, un rapporto che non muove i mercati nell’immediato, ma che banchieri centrali e gestori istituzionali seguono con attenzione perché mette in fila, con il metodo e la cautela tipici della Bri, i fili che collegano tassi, valute, materie prime e azionario.
L’ultimo numero è uscito il 14 settembre 2026 e si apre con un capitolo dal titolo eloquente, «Yields climb, yet risk appetite holds firm» («I rendimenti salgono, ma l’appetito per il rischio tiene»), che copre il periodo dal 1° giugno al 3 settembre 2026. Come da prassi per questi capitoli di apertura, non porta la firma di un singolo economista ma è attribuito collettivamente al Dipartimento monetario ed economico dell’istituzione.
«I rendimenti dei titoli di Stato hanno proseguito la loro marcia al rialzo, soprattutto sulle scadenze più lunghe, sospinti da un percorso di politica monetaria atteso più restrittivo e da premi a termine in aumento», scrive la Bri, precisando che tra inizio giugno e inizio settembre i rendimenti decennali sono saliti di 31 punti base negli Stati Uniti, 34 in Germania, 27 in Giappone e 24 nel Regno Unito, con i trentennali su massimi da decenni in diverse giurisdizioni.
Circa il 40% di quel rialzo, secondo le stime Bri, è attribuibile non a timori di inflazione ma all’aumento del term premium, il compenso che gli investitori chiedono per detenere debito a lungo termine: una dinamica legata, spiega il rapporto, a «pressioni fiscali piuttosto che a preoccupazioni sull’inflazione».
Sull’area euro il passaggio è ancora più diretto: «queste pressioni sono state amplificate da un costante allargamento degli spread sovrani, mentre le oscillazioni dei prezzi dell’energia sono tornate al centro dell’attenzione». Nonostante questo, conclude la Bri, «l’appetito per il rischio degli investitori ha oscillato, ma nel complesso si è dimostrato resiliente», con le Borse europee ed emergenti che hanno sovraperformato un Wall Street più incerto sui titoli tech.
Il rapporto dedica inoltre un passaggio allo yen, ricordando che la valuta giapponese, dopo essersi deprezzata per il differenziale di tassi, ha avuto «un brusco recupero il 31 luglio, in seguito a un intervento ufficiale congiunto del ministero delle Finanze giapponese e del Tesoro Usa».
Va detto che il rapporto Bri si ferma fotograficamente al 3 settembre e non include quindi né il nuovo allargamento dello spread italiano di questi giorni, alla vigilia della revisione del rating sovrano di Moody’s di oggi, né le più recenti dichiarazioni falco della Federal Reserve. La Bri, peraltro, non nomina mai l’Italia in relazione ai rendimenti o agli spread sovrani nel capitolo di apertura (l’unico riferimento all’Italia nell’intero documento è una nota storica, in un riquadro dedicato al riacquisto di titoli di Stato Usa, sui programmi di buyback condotti da Canada, Giappone, Italia e Regno Unito «negli ultimi tre decenni», estranea alla dinamica di mercato di questi mesi). Il suo impianto guarda ai mercati core (Usa, Germania, Giappone, Regno Unito) e tratta l’area euro nel suo insieme, il che invita a una lettura prudente quando si trasferisce l’analisi macro al caso specifico del debito italiano, dove pesano anche fattori idiosincratici (rating, deficit, calendario elettorale) non trattati dal rapporto.
Sui limiti della tesi, la stessa Bri invita alla cautela, sottolineando che le proprie stime di term premium derivano da modelli econometrici alternativi (Adrian-Crump-Moench e Kim-Wright) che possono divergere tra loro, e il rapporto sottolinea che i fattori dietro l’aumento del term premium reale - incertezza sui tassi futuri, possibile crowding-out da parte dell’emissione obbligazionaria delle big tech, sostenibilità del debito pubblico - sono «difficili da scomporre» con precisione.
Resta poi aperta la domanda centrale che lo stesso rapporto pone implicitamente: se i rendimenti a lungo termine continuassero a salire ai ritmi delle ultime settimane, la resilienza dell’appetito per il rischio osservata fino a inizio settembre potrebbe non reggere allo stesso modo. Questa è un’analisi editoriale e non costituisce consulenza di investimento personalizzata.