Un anno dopo la sua storica vittoria elettorale, Javier Milei, il presidente libertario che ha promesso di rivoluzionare l’economia argentina, si trova in una situazione critica.
Le sue scelte di politica economica non solo non hanno portato alla liberazione del mercato promessa, ma rischiano di aggravare ulteriormente la crisi di un Paese già martoriato da decenni di cattiva gestione.
Fin dal suo insediamento, Milei avrebbe dovuto affrontare con decisione le distorsioni del sistema di cambio e dei controlli sui capitali. Invece, ha scelto di mantenere un ancoraggio progressivo al dollaro, noto come «crawling peg», che limita la flessibilità della valuta argentina. Questo approccio ha temporaneamente ridotto l’inflazione, portandola al 2,4% su base mensile, ma ha avuto un costo elevatissimo per l’economia reale: il peso è attualmente una delle valute più sopravvalutate della storia argentina, con un impatto devastante sui settori produttivi.
Industrie come il tessile, la calzatura e i giocattoli stanno soffrendo enormemente, mentre settori più complessi come l’elettronica e la metallurgia potrebbero essere i prossimi a cadere. L’Argentina è ora uno dei Paesi più costosi al mondo, paragonabile alla Norvegia secondo l’indice Big Mac, nonostante sia uno dei principali produttori di carne bovina.
La sua politica è un palliativo che offre una sensazione temporanea di benessere al costo di gravi squilibri economici: il ritardo nell’aggiustamento del cambio peggiora le disfunzioni strutturali del Paese, portando inevitabilmente a una crisi ancora più grave.
La situazione è stata particolarmente cupa durante un recente incontro dell’Unione Industriale Argentina (UIA), dove il presidente Daniel Funes de Rioja ha espresso preoccupazione per la competitività dell’industria locale. «Se vogliono che competiamo, devono prima togliere il piede dal nostro collo», ha dichiarato, sottolineando come i costi di produzione in Argentina siano drammaticamente superiori rispetto a Paesi vicini come il Cile.
Milei ha annunciato la volontà di eliminare i controlli sulle importazioni prima di abolire quelli sui capitali. Tuttavia, questa sequenza rischia di distruggere centinaia di piccole imprese familiari, incapaci di sopravvivere alla concorrenza di beni esteri più economici.
La politica di cambio di Milei evoca dolorosi ricordi della presidenza di Fernando de la Rúa (1999-2001). Anche allora, un ancoraggio rigido al dollaro aveva creato un’illusione di ricchezza, ma al costo di una crescente perdita di competitività. Quando il Brasile svalutò improvvisamente la propria valuta, l’Argentina si trovò in una posizione insostenibile, culminata nel crollo economico del 2001 e nella fuga di de la Rúa dalla Casa Rosada in elicottero. Oggi, la storia sembra ripetersi: il peso argentino è nuovamente sopravvalutato rispetto al real brasiliano, con argentini che attraversano i confini per fare acquisti nei Paesi vicini.
Quando Milei è stato eletto, il contesto economico presentava alcune opportunità uniche. Le esportazioni agricole stavano recuperando grazie alla fine della siccità causata da El Niño, e l’industria energetica mostrava segnali di ripresa. L’avvio del gasdotto Néstor Kirchner e la crescente produzione di petrolio e gas nella formazione di Vaca Muerta promettevano di trasformare l’Argentina in un esportatore netto di energia. Inoltre, l’interesse internazionale per il litio argentino apriva nuove prospettive di sviluppo.
Nonostante queste condizioni favorevoli, Milei ha scelto di adottare un approccio graduale, evitando il «big bang economico» che molti suoi sostenitori speravano. Un confronto emblematico è quello con Ludwig Erhard, l’architetto della rinascita economica tedesca nel secondo dopoguerra, che abolì in un colpo solo controlli e vincoli per liberare le forze di mercato. Milei, invece, ha esitato, perdendo parte della fiducia iniziale sia in patria che all’estero.
Le speranze di Milei sembrano ora affidate a fattori esterni, come un possibile allentamento della politica monetaria statunitense o l’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Tuttavia, è improbabile che l’FMI accetti di fornire un nuovo prestito senza chiedere misure drastiche, come una svalutazione del peso.
La politica di Milei ha anche suscitato critiche per i tagli radicali alla spesa pubblica, inclusi settori cruciali come l’istruzione superiore e gli investimenti infrastrutturali. Queste scelte rischiano di compromettere la capacità del Paese di crescere nel lungo termine, lasciando l’Argentina vulnerabile a shock esterni.
Javier Milei si è presentato come il campione del libero mercato e il paladino di una rinascita economica ispirata alle teorie di Friedrich Hayek e Milton Friedman. Tuttavia, la sua politica finora non ha prodotto il miracolo economico promesso. La sua strategia graduale ha lasciato il Paese intrappolato in una spirale di squilibri economici, con una crescita anemica e una competitività in declino.
L’Argentina è a un bivio. Milei può ancora scegliere di adottare misure coraggiose per liberare le forze di mercato e rompere il ciclo di crisi ricorrenti. Ma il tempo stringe, e il rischio è che il presidente libertario finisca per essere ricordato come un’altra occasione mancata nella lunga storia delle promesse disattese dell’Argentina.