L’AI crea lavoratori di serie A e di serie B. Cosa rivela il sondaggio PwC su 49.364 dipendenti

Andrea Fabbri

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PwC ha intervistato 49.364 lavoratori in 48 Paesi per capire come usano l’AI e ha individuato quattro categorie di dipendenti. La più numerosa è anche la più esposta.

L'AI crea lavoratori di serie A e di serie B. Cosa rivela il sondaggio PwC su 49.364 dipendenti

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Il dibattito pubblico sull’AI è uno dei più polarizzati degli ultimi anni. Da un lato c’è chi, come alcuni dei principali sviluppatori mondiali, mette in guardia dal suo sviluppo incontrollato. Dall’altro c’è chi vede nell’intelligenza artificiale un bacino infinito di crescita che renderà la vita ancora più facile e comoda.

In mezzo ci sono milioni di persone che hanno iniziato a usare la nuova tecnologia ogni giorno sul proprio posto di lavoro. La società di consulenza PwC ne ha intervistate 49.364 in 48 Paesi e territori, tra maggio e giugno 2026, per capire come l’AI stia trasformando le mansioni quotidiane, come vengano utilizzati gli strumenti e quali vantaggi possano trarne le aziende.

Il quadro che emerge dal sondaggio segnala un rischio concreto: l’allargamento del divario tra lavoratori di serie A e di serie B.

Le 4 categorie di PwC

Gli esperti di PwC hanno incrociato due parametri: quanto sono rare le competenze di un lavoratore e quanto vantaggio sostiene di ricevere dall’utilizzo dell’AI.

Ne sono uscite quattro categorie: i Front-runner, gli AI insurgent, gli Indispensabili e la Sala macchine.

I primi, i “pionieri”, rappresentano il 14% del campione, hanno competenze rare e un rapporto già consolidato con l’AI. Il 51% usa ogni giorno l’AI generativa e quasi l’80% ha accesso alle risorse di formazione di cui ha bisogno. Sono loro a poter ottenere il massimo dalla tecnologia, e non è un caso che circa il 29% sia pronto a cambiare azienda entro un anno.

Il 18% del campione rientra tra gli AI insurgent, lavoratori con competenze meno rare che riescono però a sfruttare l’AI per rendere di più e accorciare la distanza dai pionieri.

L’11% è invece rappresentato dagli Indispensabili: usano ancora poco l’AI, ma possiedono competenze rare e difficili da reperire sul mercato.

La maggior parte degli intervistati appartiene però alla Sala macchine. Il 56% del campione ha competenze poco rare ed è ancora indietro nell’uso degli strumenti di AI: appena l’11% utilizza ogni giorno l’AI generativa. Il nodo più critico è che in questo gruppo soltanto due persone su cinque hanno accesso alla formazione di cui avrebbero bisogno. Non sorprende, quindi, che solo la metà di questi lavoratori si senta sicura del proprio posto e che appena il 33% si fidi dei vertici aziendali, contro il 75% dei pionieri.

Sempre meno formazione

Il quadro tracciato da PwC è tutt’altro che incoraggiante e rischia di allargare la forbice tra lavoratori altamente qualificati e lavoratori “comuni”.

L’intelligenza artificiale è destinata a prendere sempre più piede. Il 64% degli intervistati l’ha utilizzata al lavoro nell’ultimo anno, 10 punti percentuali in più rispetto al 2025; la quota di chi usa ogni giorno l’AI generativa è salita dal 14 al 22% e il 59% del campione prevede di usarla sempre di più in futuro.

Nel frattempo, però, in appena dodici mesi la percentuale di lavoratori che dichiarano di avere accesso alla formazione e alle risorse per aggiornarsi è scesa dal 59 al 51%. E meno del 49% degli intervistati sa quali competenze gli serviranno nel prossimo futuro.

Una tendenza che rischia di trasformarsi molto rapidamente in un problema occupazionale e sociale.

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