Il mito di un’Israele come baluardo della democrazia in Medio Oriente sembra sgretolarsi di giorno in giorno con l’aumentare del numero dei palestinesi uccisi dai bombardamenti israeliani, a oggi (15 novembre) si contano 11.320 morti di cui 4.650 bambini, per non parlare dei dispersi sotto le macerie.
Senza contare che ormai il nord della Striscia di Gaza è completamente sotto il controllo delle Idf, le quali hanno accerchiato facendo poi irruzione nell’ospedale di Al-Shifa - questa mattina 15 novembre - indicata da Israele come base operativa di Hamas.
Stando ai media israeliani sarebbero stati ritrovate armi, ma non gli ostaggi, dichiarando che l’esercito ha invitato i civili a lasciare la struttura. Stando invece alle fonti palestinesi, si sono sentiti spari nell’ospedale e l’esercito israeliano avrebbe arrestato i giornalisti, mentre l’Oms ha dichiarato di aver perso i contatti con il personale medico sanitario all’interno dell’ospedale.
Mentre questo genocidio, come definito dagli esperti delle Nazioni Unite, sembra consumarsi sotto lo sguardo polarizzato dei mass media internazionali; mentre l’account Instagram State of Israel pubblica una foto di un soldato israeliano che solleva la bandiera della comunità LGBTQ+ sulla spiaggia di Gaza, fregiandosi di poter vedere per la prima volta questa bandiera, sorge spontanea una domanda: basta davvero solo quella bandiera per definirsi uno stato democratico? Non sarà forse rainbowashing?
Israele è davvero una democrazia se il presidente Netanyahu continua negare la possibilità di un cessate il fuoco? Per poter rispondere a queste domande bisogna studiare “Due Israele”, la prima un’Israele all’interno della Linea Verde, e la seconda Israele quella che controlla de facto i Territori palestinesi, Gaza e Cisgiordania. Di seguito tutto quello che serve sapere per leggere l’attuale conflitto.
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Israele dentro la Linea Verde: è davvero una democrazia?
Israele, quella all’interno dei suoi confini nazionali può essere definita davvero una democrazia? La risposta potrebbe essere al quanto complessa, è necessario condurre un’analisi multilivello, come suggerito dai giornalisti Valerio Nicolosi, autore e regista che ha dedicato a questa domanda una puntata del suo podcast Racconti di Gaza, e Anna Momigliano (premio giornalistico Colombe d’oro per la pace 2007) la quale ha pubblicato a giugno 2023 l’articolo Israele e la democrazia.
Se si guarda solo a Tel Aviv l’immagine è di una Capitale aperta, ospitale con un ottimo livello di istruzione, dove non vi sono ostacoli alla libera espressione di genere e orientamento sessuale, e sembra che vi sia un’attiva partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, non ultime le proteste contro le modifiche al sistema giudiziario che proprio in questi mesi hanno popolato le piazze israeliane.
Inoltre, nonostante la maggior parte degli organi di stampa israeliani siano in linea con la politica del governo di Netanyahu, c’è una libertà per la stampa di criticare aspramente la condotta dell’esecutivo. Se ci si soffermasse solo a questi dati si potrebbe giungere alla conclusione che Israele è un Paese democratico, ma è davvero così? In realtà se si scava più a fondo emergono altri aspetti da prendere in considerazione e non solo i recenti arresti di intellettuali e civili israeliani contro la guerra in Palestina. Ma non solo, come spiegato da Momigliano, con il Governo più a destra di sempre di Israele la democrazia è in pericolo anche all’interno dei confini nazionali.
Israele, da un punto di vista politico, è una democrazia parlamentare che non ha molti checks and balances, con un parlamento e governo che tendono a essere sempre allineati. Inoltre, scrive Momigliano è un Paese che “non ha una Costituzione, ma solo delle Leggi Base che hanno un valore, più o meno, costituzionale”. E da ciò ne deriva che solo la Corte suprema, che si rifà alle Leggi Base, è il vero contropotere al governo, benché non rappresenti un vero e proprio freno al Governo di Netanyahu. Anzi, la tentata riforma giudiziaria avrebbe cercato proprio di ridimensionare il potere della Corte Suprema, annullando di fatto quel controllo reciproco tra organo legislativo, esecutivo e giudiziario proprio di ogni Stato democratico.
Non solo con la legge sulla Nazione israeliana, approvata nel 2018, che definisce Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico, la legge non menziona esplicitamente l’uguaglianza di tutti i cittadini israeliani, a prescindere da appartenenze etniche e religiose. Israele di fatto si è dichiarato essere uno Stato monoetnico e monoreligioso, declassificando i cittadini arabo-israeliani, (palestinesi, cristiani) che si sono trovati nei territori di Israele dal ’48.
Momigliano, che ha studiato a Tel Aviv, nel suo articolo Israele e la democrazia, non ha dubbi: è evidente che all’interno di Israele la “minoranza (palestinese) sia palesemente discriminata”: e come può un Governo non inclusivo, per il quale non tutti i cittadini sono uguali e hanno gli stessi diritti, definirsi uno Stato democratico? Non basta una bandiera della comunità LGBTQ+ per fare di Israele una democrazia e ne è la prova la ribellione della comunità che ha lanciato sui social l’hashtag #notinmyname.
Israele in Cisgiordania e Gaza: è davvero una democrazia?
Se si guarda ai territori occupati di Gaza e Cisgiordania l’analisi sullo status democratico di Israele si fa ancora più severa. Innanzitutto, occorre ricordare che i territori sono stati occupati militarmente durante la Guerra dei sei giorni (1967) e da quel momento, l’occupazione temporanea è diventata permanente, specialmente con la fondazione di continue colonie da parte dei sionisti. Colonie riconosciute dall’Onu come illegali, che permangono in Cisgiordania, mentre a Gaza sono state smantellate.
Dal 1967 i palestinesi della Cisgiordania, divisa a macchia di leopardo tra palestinesi e Israele con gli accordi di Oslo II, vivono in un completo regime di apartheid. Di fatto, come racconta Nicolosi, i palestinesi vivono in uno stato di segregazione, dove per poter accedere da una zona governata dell’Anp all’altra i palestinesi devono superare un check point israeliano. Ancora, in Cisgiordania sono frequenti arresti amministrativi, validi solo per i palestinesi. Arresti che non necessitano di una convalida dell’arresto, il quale può essere prolungato di volta in volta senza regolare processo. Di fatto, come scrive Momigliano, dall’occupazione del 1967 sono nate due Israele, quella dentro i confini nazionali e una seconda nei Territori palestinesi occupati dove:
si applicano due leggi diverse a due popolazioni: gli israeliani, per i quali vige la legge israeliana, e i palestinesi, sotto la legge marziale.
Senza contare le continue violenze da parte dei coloni, fomentati e armati dall’attuale ministro delle difese Itamar Ben-Gvir. Ancora, è recente il video di una donna palestinese arrestata in Cisgiordania solo perché aveva criticato Israele su un social network. Infine, cosa dire di Gaza? Che da più di 15 anni vive in un completo stato di embargo, dove gli Israeliani detengono il controllo marino, terrestre, aereo, degli import ed export? Striscia di Gaza dove si sta consumando un genocidio?
Davanti a queste evidenze forse dovremmo domandarci come possa l’ideologia e strategia colonialista, espressione di un potere violento basato sullo sfruttamento e sottomissione, far parte di uno stato democratico? Come si può definire democratico un Paese che occupa territori e nega diritti a un altro popolo?