Iraq: attentati ISIS e proteste in piazza. Che succede?

Iraq: attentati ISIS e proteste in piazza. Il Paese è nel caos. Che succede?

Iraq: attentati ISIS e proteste in piazza. Che succede?

Si accendono di nuovo i riflettori sull’Iraq. Gli ultimi drammatici attentati ISIS contro un convoglio di militari italiani - l’attacco è stato appena rivendicato dallo Stato Islamico - si affiancano alle proteste in piazza in corso da ottobre 2019. Che succede?

Non c’è pace per il Paese del Medio Oriente. La fragilità dello Stato martoriato nella sua storia da guerre, dittature, invasioni è tornata all’apice nell’ultimo mese. L’ondata di proteste che ha coinvolto le principali città centrali e meridionali del territorio iracheno hanno fatto emergere tutta la debolezza di Baghdad.

Divisioni etniche, incapacità politiche, disuguaglianza dilagante, carenza di servizi base, esasperazione causata da terrorismo, lotte interne e interventi armati stranieri: le problematiche di uno Stato da sempre complesso sono esplose contemporaneamente.

Con effetti pericolosi per l’intera area geopolitica. Che succede in Iraq? Tra attentati ISIS e proteste in piazza il Paese è al massimo livello di tensione.

Iraq: Stato al collasso? Le ragioni delle proteste in piazza

Per settimane, i manifestanti a Baghdad e in una miriade di città del sud sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni della classe politica al potere e una revisione di tutto il sistema statale istituito sulla scia dell’invasione guidata dagli Stati Uniti del 2003.

Spinti dalla rabbia per la corruzione, l’elevata disoccupazione e i servizi pubblici scadenti, i cittadini non hanno accolto gli impegni del governo per attuare delle limitate riforme economiche, premendo invece per la rimozione dell’intera classe dirigente.

La posizione del Primo MInistro Adil Abdul-Mahdi è sempre più in bilico. Le proteste di piazza sono state represse dalle forze di polizia con estrema violenza, arrivando al tragico bilancio di 300 persone uccise dall’inizio delle manifestazioni il 1°ottobre.

L’Iraq, dunque, è piombato nel caos e non sembra riuscire a trovare la soluzione giusta per ricostruire la fiducia della popolazione. Nemmeno le elezioni anticipate sono state accettate dai protestanti: quello che chiedono a gran voce è, infatti, il cambiamento vero. Nuovi politici devono contendersi il voto. L’obiettivo primario è la fine della corruzione dilagante.

E la liberazione dall’ingerenza straniera. Troppo invadente sono, per molti manifestanti, la presenza dell’Iran e l’influenza delle truppe sciite nel Paese. La rabbia è rivolta anche contro gli USA, artefici della costruzione di uno Stato al collasso, fallimentare, guidato da personaggi senza morale per la maggior parte della popolazione esasperata.

L’Iraq non deve più essere la terra di spartizione di potere delle grandi potenze, quali Washington e Teheran.

Un quadro complicato quello delle proteste irachene. Dove la frustrazione della popolazione si mescola ai giochi strategici degli attori del Medio Oriente, alla lotta all’ISIS, al controllo petrolifero dell’area.

Cosa significa l’attentato ISIS al convoglio italiano?

L’ultimo grave episodio di terrorismo targato ISIS in Iraq, che coinvolge 5 militari italiani, è l’ulteriore segnale della pericolosa instabilità irachena.

Sebbene l’esplosione ad opera di membri dello Stato Islamico e le proteste di piazza non appaiono collegate, esse parlano di un territorio del mondo in forte crisi. È simbolico, innanzitutto, il luogo geografico dove è avvenuto l’attentato, ovvero la zona del Kurdistan.

Qui regna il vero e proprio disordine e la contesa tra il governo centrale e l’amministrazione curda locale è aspra. Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan del 2011 è rimasto solo sulla carta. Nel frattempo, nell’area transitano esercito iracheno, unità di mobilitazione popolare e Peshmerga. E, naturalmente, l’ISIS.

Lo Stato Islamico da sempre si nutre di vuoti di potere e di instabilità endemiche territoriali. La profonda fragilità dell’Iraq, non solo della regione curda, rappresenta più che mai una situazione da sfruttare per i combattenti terroristici. Soprattutto adesso che l’organizzazione vuole rimarcare la propria forza dopo la morte di Al-Baghdadi.

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