Un Benchmark Open End replica l’indice MSCI che seleziona i titoli ex USA con la minore esposizione economica al mercato americano. Rendimenti, costi e rischi del nuovo certificato di UniCredit.
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Cinquanta società dei mercati sviluppati, scelte non soltanto in base al Paese in cui hanno sede ma soprattutto in base a dove incassano i propri ricavi. È il criterio su cui poggia il nuovo Tracker Certificate Benchmark Open End di UniCredit (ISIN DE000UR4AGC9), negoziato dal 28 ottobre sul SeDeX MTF di Borsa Italiana e collegato all’indice MSCI World ex USA with Minimum Economic Exposure to USA Top 50 Select (EUR Net), di cui replica linearmente l’andamento.
Per molti risparmiatori diversificare fuori da Wall Street ha sempre voluto dire acquistare un paniere europeo o giapponese e considerare chiusa la questione. L’evoluzione dei rapporti economici internazionali ha però messo in luce il limite di questo approccio, perché un gruppo con sede a Parigi o a Tokyo può dipendere dai consumatori americani quanto un concorrente quotato al Nasdaq. Nel frattempo, i listini non statunitensi hanno ritrovato slancio, tanto che l’indice tradizionale MSCI World ex USA ha chiuso i dodici mesi terminati il 30 settembre 2026 con un progresso del 19,88% in euro.
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Per UniCredit si tratta del primo prodotto di tipo «Benchmark Delta-1» costruito su un indice tematico sviluppato da MSCI. Arriva dopo un anno in cui l’emittente ha ampliato l’offerta sul mercato secondario con strutture non lineari, come i Cash Collect su indici azionari, e con una decina di obbligazioni strutturate legate al rialzo dei tassi.
Come vengono selezionate le 50 società dell’indice?
Il punto di partenza è l’universo dell’MSCI World ex USA, che per definizione esclude le società statunitensi. Escluderle, tuttavia, non significa azzerare il legame con l’economia americana, ed è qui che interviene il secondo filtro. La metodologia MSCI stima l’esposizione di ciascuna azienda ai diversi mercati attraverso la distribuzione geografica dei ricavi e trattiene le 50 con la minore esposizione economica agli Stati Uniti.
Ne deriva un portafoglio che al 30 settembre 2026 vede in testa il Giappone con il 16,79%, seguito dal Canada con il 15,13% e dal Regno Unito con il 14,42%. Ancora più marcata è l’impronta settoriale, perché i titoli finanziari pesano per il 44,78% del paniere. Del resto un filtro costruito sui ricavi finisce per premiare le aziende che lavorano soprattutto sui mercati domestici, e banche, assicurazioni e operatori di telecomunicazioni rientrano spesso in questa categoria. Tra le prime posizioni figurano la stessa UniCredit (5,07%), Canadian Natural Resources (4,92%), Axa (4,87%), Hong Kong Exchanges & Clearing (4,83%) e Lloyds Banking Group (4,64%), mentre i primi dieci componenti insieme raggiungono il 43,49% dell’indice.
Quali rendimenti ha registrato l’indice?
Stando ai dati diffusi dall’emittente, l’indice ha fatto meglio del parametro tradizionale su tutti gli orizzonti fino a cinque anni. Al 30 settembre 2026 il guadagno a un anno è del 21,34% contro il 19,88% dell’MSCI World ex USA, quello annualizzato a tre anni del 18,08% contro il 16,14%, mentre sui cinque anni il rendimento annualizzato si attesta al 10,50% contro il 10,10%. Sul fronte del rischio la volatilità annualizzata a tre anni, calcolata sui rendimenti netti mensili in euro, si ferma all’8,36% a fronte del 10,09% dell’indice non filtrato, e UniCredit indica un beta storico di lungo periodo pari a 0,75.
Allungando lo sguardo, però, il confronto cambia segno. Sui dieci anni, come riporta la stessa nota stampa, l’indice ha reso il 6,91% contro il 9,15% del parametro tradizionale, pur con una volatilità più contenuta.
C’è poi un dettaglio che chi legge queste cifre non dovrebbe trascurare. L’indice è stato lanciato da MSCI il 31 luglio 2025 e tutti i valori precedenti sono ricostruiti a ritroso attraverso il back-testing, il che significa che i rendimenti a tre, cinque e dieci anni descrivono come la strategia si sarebbe comportata se fosse esistita, non come si è effettivamente comportata. Come sempre, le performance passate, reali o simulate che siano, non offrono alcuna garanzia su quelle future.
Come funziona un certificato Benchmark Open End?
Il certificato segue l’indice in modo lineare, senza leva e senza alcun meccanismo di protezione del capitale, e appartiene alla categoria ACEPI dei certificati di investimento a capitale non protetto. Non ha una scadenza prefissata, motivo per cui si definisce Open End, e il suo valore corrisponde al livello dell’indice moltiplicato per un multiplo fissato all’emissione a 0,005162. Si può negoziare a partire da un solo certificato, con UniCredit Bank GmbH nel ruolo di market maker dalle 8 alle 22. Alle 12.10 di giovedì 29 ottobre 2026 la scheda prodotto dell’emittente indicava 10,03 euro in denaro e 10,13 euro in lettera.
L’assenza di una scadenza non equivale a un orizzonte illimitato. L’emittente conserva infatti la facoltà di richiamare il certificato nelle date e alle condizioni previste dalla documentazione d’offerta, e in quel caso l’investitore riceve il valore dell’indice moltiplicato per il multiplo, rinunciando a ogni andamento successivo.
Quanto ai dividendi, la versione EUR Net dell’indice li incorpora reinvestendoli al netto delle ritenute fiscali, così che il loro effetto si riflette nella quotazione. Il certificato invece non li distribuisce e non attribuisce alcun diritto sui titoli sottostanti. La performance è espressa in euro, e incorpora quindi anche le oscillazioni dello yen, del dollaro canadese, della sterlina e delle altre valute dei Paesi rappresentati.
Quanto costa e quali rischi comporta?
La commissione di gestione è pari all’1,20% annuo e si somma alle commissioni di negoziazione applicate dalla banca o dal broker e allo spread tra denaro e lettera, che al momento della rilevazione era di dieci centesimi, vicino all’1% del prezzo. Sul piano fiscale i proventi sono tassati al 26% come redditi diversi e possono quindi essere compensati con eventuali minusvalenze, anche maturate su altri titoli.
Il primo rischio è quello comune a qualsiasi investimento azionario diretto, ovvero la possibilità di perdere il capitale, anche per intero. A questo si aggiunge il rischio di credito sull’emittente UniCredit Bank GmbH, bail-in compreso, che nell’acquisto diretto delle azioni non esiste. La concentrazione su 50 titoli e su un solo settore rende inoltre il paniere più sensibile alle vicende della finanza internazionale di quanto lo sia un indice ampio, e la stessa UniCredit precisa che la selezione per minore esposizione agli Stati Uniti non elimina quell’esposizione né protegge dai ribassi dei mercati. L’emittente classifica il prodotto come strumento a complessità elevata, destinato a investitori con esperienza di prodotti finanziari complessi e un orizzonte di medio-lungo periodo.
Il nuovo tracker porta in un unico strumento quotato una lettura della diversificazione geografica più sottile di quella che si ferma alla sede legale, e i numeri degli ultimi anni hanno dato ragione alla sua impostazione. Il rovescio della medaglia sta in un paniere stretto e sbilanciato sui finanziari, in un costo di gestione che con il passare degli anni pesa sul risultato e in una storia reale che conta poco più di un anno, per cui chi lo sceglie compra una tesi precisa sull’economia globale e non una semplice replica dei mercati azionari fuori dagli Stati Uniti.
I dati principali del certificato
- ISIN DE000UR4AGC9
- Tipologia Tracker Certificate Benchmark Open End (Delta-1)
- Sottostante MSCI World ex USA with Minimum Economic Exposure to USA Top 50 Select Index (EUR Net)
- Emittente UniCredit Bank GmbH
- Mercato SeDeX MTF di Borsa Italiana, dalle 8 alle 22
- Scadenza Open End
- Multiplo all’emissione 0,005162
- Commissione di gestione 1,20% annuo
- Lotto minimo 1 certificato
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Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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