A settembre 2026 l’indice PMI manifatturiero italiano, elaborato da S&P Global Market Intelligence per Hamburg Commercial Bank (HCOB), è salito a 50,4 punti da 49,6 di agosto, tornando sopra la soglia dei 50 punti che separa espansione e contrazione e superando le attese degli analisti, ferme a 50,0. Il dato, diffuso il 1° ottobre, segna il settimo miglioramento delle condizioni operative dell’industria italiana negli ultimi otto mesi, dopo la frenata di agosto che aveva interrotto una fase di crescita più solida.
Gli indici PMI sono indagini mensili condotte tra i responsabili degli acquisti di un campione di aziende e sono tra i pochi indicatori «soft» in grado di anticipare, con alcune settimane di vantaggio sui dati ufficiali, l’andamento degli ordini e della produzione delle aziende industriali quotate.
Cosa dice il report di settembre
Secondo Eleanor Dennison, economista di S&P Global Market Intelligence, il settore manifatturiero italiano ha chiuso il terzo trimestre su basi più stabili: il calo dei nuovi ordini è stato «notevolmente meno marcato rispetto ad agosto», anche se, nelle sue stesse parole, «il contesto della domanda resta fragile».
Oltre al dato principale, il report descrive una produzione ancora in lieve calo e acquisti in flessione, in linea con una domanda che resta debole. Sul fronte occupazionale il quadro è più incoraggiante, con una creazione di posti di lavoro descritta come solida; i costi di acquisto delle materie prime sono invece saliti a un ritmo più marcato, mentre le pressioni sulle catene di fornitura si sono in parte allentate. Le imprese intervistate si attendono crescita sia della produzione sia dell’occupazione nei prossimi dodici mesi.
L’Italia controcorrente in Europa
Il quadro italiano va letto nel contesto dell’intera area euro. Il PMI manifatturiero dell’eurozona è stato rivisto al rialzo a 52,9 punti a settembre, da 52,7 di agosto, il livello più alto da diversi anni secondo i dati finali diffusi da S&P Global. Ma la fotografia per singolo paese racconta una storia diversa da quella italiana: la Germania resta la locomotiva del blocco con 53,9 punti, in rallentamento però rispetto ai 54,3 di agosto; la Francia è scesa a 50,6 da 51,1, restando comunque in espansione per il secondo mese consecutivo.
Tra le principali economie dell’area euro, l’Italia è quindi quella che migliora mentre le due maggiori partner, Germania e Francia, rallentano. È un dato interessante, anche se va ridimensionato: l’Italia parte da un livello assoluto più basso e resta, tra i tre, il Paese più vicino alla soglia di contrazione.
Il sentiment migliora, la produzione reale no
Per chi investe in titoli industriali, il punto chiave è che il PMI è un’indagine di sentiment tra i responsabili degli acquisti, non un dato di produzione effettiva. E qui la cautela è d’obbligo: l’ultimo dato ufficiale sulla produzione industriale, relativo a luglio 2026 e diffuso da Istat il 10 settembre, mostra una variazione tendenziale (su base annua) pari a zero, a fronte di un +0,7% rispetto al mese precedente.
In altre parole, a luglio la produzione industriale italiana non cresceva ancora su base annua: il miglioramento del PMI di settembre fotografa innanzitutto un cambio di umore tra gli acquirenti, non ancora un’accelerazione certificata della produzione reale.
Un segnale più fresco arriva comunque dall’indagine Istat sul clima di fiducia delle imprese, diffusa il 30 settembre: l’indice di fiducia manifatturiero è salito a 91,9 punti da 90,2 di agosto, con il saldo dei giudizi sugli ordini migliorato a -13,5 da -19,6 del mese precedente.
Le attese sulla produzione futura, pur restando positive, si sono leggermente raffreddate (+8,9 da +9,6). È una convergenza di segnali - PMI e indagine Istat raccontano entrambi un miglioramento del clima sugli ordini più che della produzione effettiva - che rende la lettura più solida di quanto non sarebbe un singolo indicatore isolato, pur restando un segnale di fiducia e non ancora di attività.
Cosa guardare da qui a fine anno
Nel 2026 il FTSE Mib ha messo a segno una serie di record storici, ma la spinta è arrivata in larga parte dal risiko bancario in corso tra gli istituti di credito, più che dal comparto industriale. In questo contesto, il PMI manifatturiero e l’indagine Istat sulla fiducia offrono una lettura complementare, più legata all’economia reale, per chi è esposto a titoli industriali ed export quotati a Milano - dai produttori di componentistica ai gruppi con una quota rilevante di fatturato realizzata all’estero.
Due appuntamenti aiuteranno a capire se la schiarita di settembre è l’inizio di una tendenza o un episodio isolato: il prossimo dato PMI, relativo a ottobre, è atteso a inizio novembre, mentre la stagione delle trimestrali del terzo trimestre per i principali gruppi industriali italiani si apre tra la fine di ottobre e novembre e offrirà la prima verifica concreta su ordini, margini e prospettive di fatturato. Fino ad allora, il messaggio più onesto resta quello degli stessi economisti che hanno curato il report di settembre: una ripresa reale, ma ancora fragile.
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