Perché in Italia si evadono le tasse. L’analisi sul ceto medio penalizzato tra Irpef al 43% e forfettario, le storture Isee e la risposta dei servizi.
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L’Italia si posiziona al primo posto nella classifica Eurostat per l’evasione fiscale. La classifica delle imposte più violate risultano essere l’Irpef e l’Iva. Proprio su questo argomento verte un interessante intervento dell’economista Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, sul Corriere della Sera in cui ha sollevato un velo su uno dei paradossi del nostro sistema fiscale.
L’analisi di Brambilla evidenzia l’esistenza di un vero e proprio sistema di incentivi dello Stato a dichiarare il meno possibile: bonus, sussidi e agevolazioni legati all’Isee che agiscono come un motore del lavoro in nero. Per spezzare questo sistema, secondo Brambilla, serve incentivare le famiglie a dichiarare tutto, magari in cambio di una detrazione al 50% delle spese per lavori domestici ed edilizi (idraulico, elettricista). In questo modo i cittadini sono incentivati a chiedere la fattura (per la detrazione) disincentivando il lavoro in nero.
La tesi di Brambilla è impeccabile sul piano matematico, ma ridurre la questione a una semplice questione di convenienza rischia di nascondere il vero problema del Fisco italiano, ovvero l’ingiustizia e il caos del sistema stesso.
Il Fisco italiano è regressivo e punitivo
L’evasione fiscale italiana non è figlia soltanto dei bonus a pioggia, ma della sproporzione del carico fiscale italiano. Gli studi economici hanno evidenziato come il sistema fiscale italiano stia diventando regressivo.
La Costituzione italiana dice che le tasse dovrebbero essere progressive: chi guadagna di più dovrebbe pagare una percentuale più alta. Invece, oggi sta succedendo il contrario. Le tasse dei lavoratori dipendenti e dei pensionati aumentano e lo fanno in fretta: se un impiegato o un pensionato supera i 50.000 euro di reddito all’anno, lo Stato prende quasi la metà del guadagno in più (il 43%). Non hanno scorciatoie, le tasse sono scalate direttamente dalla busta paga.
Allo stesso tempo il mondo delle rendite e delle partite Iva paga tasse molto più basse: chi guadagna facendo fruttare i propri capitali è assoggettato a un prelievo tra il 21% e il 26%. Grazie alla flat tax i lavoratori autonomi in regime forfettario pagano fino a 85.000 euro di guadagno al 15%.
Un lavoratore dipendente che guadagna 60.000 euro viene considerato «ricco» dallo Stato e tassato al 43%. Una partita IVA che guadagna 80.000 euro paga solo il 15%. Questo crea una profonda ingiustizia: chi fatica di più e ha meno tutele spesso si trova a pagare, in proporzione, molte più tasse di chi guadagna di più o vive di rendita.
I «finti ricchi» è la giungla del Fisco
Il ceto medio italiano, coloro che guadagnano tra 30.000 e 60.000 euro, è considerato troppo ricco per accedere ai bonus Isee pur non potendo godere delle scappatoie legali destinate alle grandi ricchezze o al regime forfettario. Per questa fascia di popolazione, spesso, l’evasione è una forma di autodifesa economica contro un sistema che tassa quasi la metà di quello che si guadagna.
In Italia non si pagano le tasse una o due volte l’anno. Il calendario fiscale è un flusso continuo di scadenze ogni singolo mese: l’acconto Iva, il saldo Irpef, l’acconto per l’anno successivo (in cui lo Stato ti chiede di pagare le tasse su soldi che non hai ancora guadagnato), le dichiarazioni dei redditi, i correttivi dei modelli 730, e così via.
Un idraulico, un parrucchiere, un professionista deve sprecare parte del proprio tempo o del proprio denaro per gestire il lato fiscale del lavoro (o facendo in autonomia o pagando un professionista). Se si commette un errore o si salta una scadenza per svista o per mancanza temporanea di liquidità, il Fisco italiano applica sanzioni pesantissime. Le stesse conseguenze ci sono se si fa un errore in buona fede per colpa della normativa poco comprensibile. Il cittadino si sente sotto pressione, sapendo che prima o poi una cartella esattoriale con una multa arriverà, anche se ha provato a fare tutto in regola. Il lavoro in nero, in questo senso, è una via di fuga dalla burocrazia.
Il contrasto di interessi è una soluzione parziale
La proposta di Brambilla di incentivare la fedeltà fiscale tramite la detrazione al 50% rappresenta una risposta parziale, poiché agisce sugli effetti senza curare le cause strutturali. Se serve un premio per convincere i cittadini a pagare il compito primario dello Stati è fallito. La fedeltà fiscale non si compra con una detrazione, ma si ripaga con infrastrutture e servizi funzionanti.
Nelle nazioni con un’alta fedeltà fiscale (come la Danimarca o la Germania), il pagamento delle tasse si basa su uno scambio chiaro ed evidente: io do una parte del mio guadagno allo Stato, e lo Stato mi restituisce una vita migliore. In questo contesto, chi evade le tasse non viene visto come un furbetto, ma come un parassita. Se si evade, si sta rubando l’asilo nido al figlio del vicino o si sta danneggiando l’ospedale in cui ci si curi. L’evasione diventa un comportamento socialmente riprovevole (cioè vergognoso e condannato dalla comunità).
In Italia questo meccanismo non funziona. Il cittadino medio italiano paga tasse tra le più alte d’Europa, ma non trova riscontro nei servizi essenziali (le attese lunghissime per la sanità, le scuole fatiscenti, i trasporti inefficienti).
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