Il mercato dei cambi si muove poco, ma lo fa dopo una settimana che ha cambiato il tono del dollaro. Il Dollar Index, l’indicatore che misura il biglietto verde contro un paniere di valute, ha chiuso la scorsa settimana in ribasso, interrompendo una serie di quattro rialzi consecutivi, e almomento si attesta a 101,83. L’euro scambia a 1,1225 dollari (-0,1%), il dollaro vale circa 158 yen e la sterlina resta sopra 1,33 dollari.
Warsh non anticipa la Fed
Il punto di svolta è un intervento. Venerdì 16 ottobre, a Bangkok, durante le assemblee annuali di Fondo monetario e Banca Mondiale, il presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha evitato di indicare cosa farà la banca centrale alla riunione del 27-28 ottobre. Secondo il resoconto di Reuters, ha ricordato che a settembre la Fed ha alzato i tassi e che in quell’occasione «abbiamo chiarito che avremmo garantito la stabilità dei prezzi», ma ha aggiunto di non «anticipare» le riunioni e di non credere nel dire ora cosa farà più avanti nell’anno.
Il 16 settembre il Federal Open Market Committee ha portato il tasso al 3,75%-4,00% con un voto di 12 a 0, scrivendo che «l’inflazione resta elevata». Dopo il dato sui prezzi di metà ottobre i mercati avevano iniziato a scommettere su un secondo rialzo già a fine mese, con una probabilità salita verso il 28%. Dopo le parole di Warsh, secondo FXStreet, quella probabilità è scesa a circa il 16%; oggi lo strumento FedWatch del CME indica una probabilità dell’84% che la Fed resti ferma il 28 ottobre, in sostanza invariata rispetto a venerdì. La scommessa si è spostata più avanti: un rialzo a dicembre risulta prezzato vicino al 90%.
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Fino a dove può scendere il cambio euro-dollaro?
Il dato conta più per la direzione che per il livello. Un dollaro che aveva corso sulla scia dell’aspettativa di una Fed più aggressiva ha perso parte di quel sostegno nel momento in cui il presidente ha rifiutato di confermarla. Non è un cambio di strategia della banca centrale, ma un’incertezza che il mercato ha tradotto in meno premio per il dollaro.
La BCE il giorno dopo, e l’euro condizionato da Parigi
Dall’altra parte dell’Atlantico il quadro è speculare. La Banca centrale europea ha il tasso sui depositi al 2,5% dal 10 settembre, secondo i dati riportati da FXStreet, e per la riunione del 29 ottobre il mercato si attende una pausa, con un rialzo a dicembre. Fed e BCE decideranno quindi a ventiquattr’ore di distanza, e il cambio euro/dollaro dipenderà dal confronto tra le due traiettorie più che da ciascuna presa da sola.
A complicare la lettura per l’euro c’è la Francia. Le proteste del fine settimana legate al costo della vita, degenerate in violenze, hanno pesato sulla moneta unica all’apertura asiatica. Secondo Kieran Williams, responsabile del Forex asiatico di InTouch Capital Markets, citato da Reuters, «i disordini del fine settimana contano per l’euro soprattutto attraverso i titoli di Stato francesi, più che direttamente». Lo stesso analista prevede che il posizionamento resterà leggero in attesa delle due banche centrali e che il rischio legato alle notizie dalla Francia resterà elevato.
Da yen e yuan due segnali diversi
Sullo yen il dollaro è fermo intorno a 158. Il governatore della Banca del Giappone Kazuo Ueda ha detto che l’inflazione di fondo è «abbastanza vicina» all’obiettivo del 2%, un’indicazione che mantiene aperta la porta a nuovi rialzi dei tassi giapponesi.
Sullo yuan, il cambio offshore è a 6,6842 per dollaro, in attesa del dato sul Pil cinese del terzo trimestre che, secondo le prime indicazioni, è cresciuto del 4,5% annuo contro il 4,4% atteso.
Perché ci riguarda?
Per chi investe da Milano il cambio che conta è quello tra euro e dollaro. Un biglietto verde più debole riduce, in euro, il rendimento degli asset in dollari non coperti dal rischio di cambio, dalle azioni americane agli ETF su indici Usa; un dollaro più forte produce l’effetto contrario e rende più costosi gli acquisti europei in valuta statunitense, a cominciare dall’energia.
Con Fed e BCE così vicine, il cambio dei prossimi giorni dipenderà dai dati e dai commenti dei banchieri centrali europei: dal sabato precedente alla decisione del 28 ottobre i funzionari della Fed non parlano in pubblico.
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