Il prezzo medio all’ingrosso dei prodotti raffinati sul mercato mondiale è più alto di quasi 50 dollari al barile rispetto a un anno fa. I margini medi di gasolio e jet fuel valgono il triplo dei livelli di dodici mesi prima, mentre il Brent dated è salito del 34%. Lo scarto misura dove si è spostato il problema: dalla disponibilità di greggio alla capacità di trasformarlo in carburanti.
Gli attacchi alle raffinerie in Medio Oriente e in Russia si sono innestati su un sistema già tirato da anni di investimenti insufficienti. I fermi degli impianti nel mondo, programmati e non, viaggiano a 9,8 milioni di barili al giorno: il 60% sopra la norma stagionale e 3,1 milioni in più su base annua. Le lavorazioni globali sono scese di 7 milioni di barili al giorno su base annua e da marzo girano in media 6 milioni sotto i livelli tipici del periodo. Il calo si concentra in Medio Oriente (2 milioni), Cina (1,8), resto dell’Asia (1) e Russia (0,7), e l’aumento delle lavorazioni americane e africane non lo compensa.
Export dimezzati, rotte compromesse
Il collo di bottiglia si vede meglio nei flussi commerciali. Le esportazioni mondiali di prodotti raffinati sono calate di 6 milioni di barili al giorno, il 25% in meno su base annua, e Golfo Persico e Russia spiegano il 75% della contrazione.
Il confronto che chiarisce la situazione è un altro: le esportazioni di greggio del Golfo sono risalite al 70-80% dei livelli precedenti alla guerra, mentre quelle di prodotti restano al 40% dei livelli pre-bellici. La rotta di Hormuz resta compromessa, quella del Mar Rosso zoppica, e Mosca ha vietato l’esportazione della maggior parte di benzina e gasolio fino al prossimo febbraio, dopo mesi di attacchi ucraini sui suoi impianti.
Sei mesi di offerta ridotta hanno svuotato i magazzini
Negli Stati Uniti le scorte commerciali di gasolio sono scese del 9% e quelle di benzina del 7% su base annua, con cali rispettivamente di 11 e 15 milioni di barili. Le scorte visibili di gasolio nel Nord Ovest europeo, a Fujairah, in Cina e a Singapore sono giù di circa il 10%.
Su questi fondamentali si è innestato un premio di sicurezza che ad agosto valeva quasi 40 dollari al barile: è la quota che il mercato paga oltre il valore spot pur di assicurarsi il prodotto.
Perché il gasolio paga il conto più salato
Le ragioni sono tecniche. Le raffinerie mediorientali e russe hanno rese in distillati medi relativamente alte, e i gradi di greggio venuti a mancare sono soprattutto quelli pesanti, più adatti a produrre gasolio che benzina. La stagionalità aggrava il quadro: la domanda di benzina si raffredda in autunno, mentre quella di gasolio raggiunge il massimo nel quarto trimestre.
Nessuna capacità nuova in arrivo
Guardando avanti, non c’è capacità nuova capace di chiudere il buco attuale. Gli avviamenti previsti valgono 0,4-0,5 milioni di barili al giorno l’anno nel 2026 e nel 2027: meno di quanto servirebbe a compensare i soli fermi russi e meno della crescita strutturale della domanda degli ultimi anni. Il tasso di utilizzo medio degli impianti, sceso al 76% nel secondo trimestre, è atteso all’84% nel 2027, sopra qualsiasi media storica recente. In Europa la chiusura della raffineria di Gelsenkirchen Scholven, in Germania, è stata rinviata al primo trimestre 2027, ma è probabile un ulteriore slittamento.
Di conseguenza i margini di raffinazione resteranno alti per tutto il 2027. Le stime più recenti indicano 65-75 dollari al barile nel quarto trimestre di quest’anno e una media compresa tra 49 e 63 dollari nel 2027. Fino alla seconda metà del prossimo anno la tensione sulla raffinazione non è destinata a rientrare.