Lo sapevi che fra il 2000 e il 2010 il rendimento medio annuo composto dei mercati emergenti è stato del 15,9% in dollari statunitensi? Nello stesso periodo, gli Stati Uniti hanno vissuto quello che molti ricordano come il “decennio perso”, con rendimenti stagnanti e tanta frustrazione per gli investitori.
Oggi, la storia potrebbe ripetersi.
Perché quando il dollaro traballa e Wall Street vacilla, i riflettori tornano ad accendersi sugli emerging markets.
Possiamo davvero aspettarci ancora quei +15% annui?
Quando l’EM sovraperforma: una lezione dal passato
Il boom dei mercati emergenti nei primi anni 2000 non è stato casuale. È stato guidato da un insieme di fattori macro che hanno favorito la crescita di queste economie. Il più importante tra tutti? Il crollo del dollaro.
Il dollaro, reduce da un super-ciclo negli anni ‘90, è entrato in un trend ribassista decennale. Questo ha reso più appetibili le valute locali e gli asset denominati in valuta emergente. Per un investitore europeo, investire in USA significava esporsi non solo a rendimenti deludenti, ma anche a perdite valutarie sul cambio EUR/USD. In alcuni anni, il risultato era addirittura negativo al netto del cambio.
A questa dinamica si aggiungevano fattori strutturali: la crescita esplosiva della classe media, un’espansione del credito interno, le riforme economiche in Paesi come Brasile e India, e il boom delle materie prime alimentato dalla Cina.
DWS Global Emerging Markets
Grafico a candele dell'DWS Global Emerging Markets. Fonte: baha.com
Era un cocktail perfetto per il sovraperformance degli emergenti. E oggi?
Cosa sta accadendo oggi: la fine dell’eccezionalismo USA?
Oggi assistiamo a una narrativa emergente che inizia a farsi strada anche nei grandi media finanziari: la fine dell’eccezionalismo americano.
Il cosiddetto TACO trade, acronimo ironico che descrive la strategia di Trump (“Trump’s America Comes Out”), mira a rilanciare la manifattura americana attraverso dazi selettivi, reshoring e politica fiscale espansiva. Ma sta avendo un effetto collaterale importante: l’indebolimento strutturale del dollaro.
In parallelo, le valute emergenti (EM FX) sono state tra i maggiori vincitori di questo cambio di rotta. Il differenziale tra la forza economica reale dei Paesi emergenti e il valore depresso delle loro valute non è mai stato così accentuato. Questo rende gli asset di quei mercati molto più attraenti in termini relativi, soprattutto per chi cerca valutazioni più basse e potenziale di crescita.
Dove si sta spostando il capitale?
Tra i beneficiari principali troviamo l’India, che continua a crescere grazie alla digitalizzazione e al ruolo sempre più centrale nella geopolitica globale. La Taiwan post-Covid ha ripreso slancio, spinta dalla leadership nei semiconduttori. Il Brasile, intanto, approfitta del rafforzamento della propria valuta e della domanda globale di commodity agricole e minerarie.
Ma le vere sorprese arrivano dall’Europa Centro-Orientale. Paesi come Ungheria, Polonia e Cechia sono oggi tra i più favoriti da analisti come Bloomberg, che ne evidenziano il ruolo crescente nel nuovo modello produttivo europeo.
Queste economie potrebbero beneficiare di due driver chiave: i piani di stimolo fiscale dell’Eurozona, che stanno cominciando a fluire anche oltre i confini dell’Europa occidentale, e le nuove politiche industriali mirate, che spingono il nearshoring e l’autonomia strategica in settori chiave.
E se il decennio perso fosse ancora davanti a noi?
Se l’outlook sul dollaro resta negativo, è plausibile aspettarsi una compressione dei rendimenti reali sui listini USA. Una stagnazione che, come nel 2000, potrebbe coincidere con un periodo favorevole per gli emergenti.
Nessuno può garantire un ritorno certo al +15% annuo che abbiamo visto nel decennio d’oro del 2000-2010. Ma il precedente esiste, e oggi esistono condizioni che, pur diverse, presentano dinamiche simili.
Certo, bisogna ricordarlo sempre: i mercati emergenti sono molto più rischiosi. L’instabilità politica, la volatilità valutaria, la minore trasparenza contabile...sono tutte variabili da gestire con cautela.
Ma a volte, proprio dove il rischio è più alto, si nasconde anche il potenziale di rendimento più interessante.