Prima un attentato che gli è quasi costata la vita. Poi il “colpo di palazzo” nel partito Democratico che ha eliminato Biden e l’ha sostituito, pare ormai certo in attesa della ratifica della convention di Chicago a Ferragosto, con una sfidante di 22 anni più giovane, Kamala Harris, la vicepresidente.
Donald Trump, 78 anni, è diventato il più anziano dei concorrenti ed è stato precipitato, in una settimana, in tutt’altra campagna.
Fino ad allora era il candidato che, le elezioni del 2024, poteva perderle soltanto lui: a metà luglio, nella media RCP dei sondaggi nazionali, aveva tre punti di vantaggio, 47,4% contro 44,4%, su Biden, diventato un avversario concorrente decrepito. E impresentabile anche agli occhi di Barack Obama, Nancy Pelosi, Chuck Schumer e George Clooney, il politburo segreto e non eletto del comitato centrale del partito Democratico.
Al suo posto, più o meno apprezzata dagli stessi membri del politburo (a oggi 24 luglio Obama non ha ancora dato il suo pubblico endorsement) c’è invece ora Kamala Harris. Pur essendo stata finora la vicepresidente più impopolare della storia americana, sempre inferiore allo stesso Biden nei sondaggi con minimi sotto il 40%, dopo la debacle del dibattito del 25 giugno contro Trump alla CNN Kamala ha visto lievitare il proprio indice di stima. Sostanzialmente grazie al terrore provato dagli elettori Democratici nel dover sostenere il presidente destinato a perdere. Il sollievo per l’addio annunciato del patetico Joe ha fatto salire oggi la quotazione di Kamala fino all’attuale 1,6 punti di distacco da Trump, 47,5% contro 45,9%, nella stessa media RCP. Va notato, inoltre, anche un primo sondaggio nazionale, da molto tempo a questa parte, in cui Trump viene superato: è quello Reuters-Ipsos di ieri che piazza Harris al 44%, due punti sopra il 42% per Trump.
La previsione del ritiro del presidente e del rimpiazzo “obbligato” con la sua numero due erano nell’aria e, anche tra gli stessi Democratici che non l’avevano mai considerata credibile, Kamala è passata dall’essere il brutto anatroccolo del partito al cigno bianco cui affidare il compito, che sembrava impossibile con Biden, di battere Trump.
I media del mainstream, New York Times in testa, che hanno vinto la campagna contro Joe e l’hanno eliminato calpestando 14 milioni di elettori delle primarie DEM, possono essere orgogliosi della loro influenza politica dimostrata al servizio della causa del partito Democratico. Del resto, non è un mistero da tempo la loro affiliazione al partito della sinistra. Così, dalla notte al giorno, si sono già istintivamente arruolati nella nuova missione di elevare Kamala al rango di seria sfidante di Trump.
Nei prossimi 100 giorni prima del voto i media faranno di tutto per raccontare una “nuova Kamala”, depurandola dagli errori, dai fallimenti politici, dalle dichiarazioni stonate che erano già conosciuti all’audience più informata ed avvertita, ma che non avevano raggiunto finora il grande pubblico. Sicuramente lo staff di Trump e le TV e i giornali conservatori che lo fiancheggiano si impegneranno a divulgare il profilo reale della Harris. Per esempio, citeranno il fardello negativo più pesante che porta, e che non potrà più nascondere: Kamala aveva avuto dal suo capo Biden, appena dopo l’entrata della coppia alla Casa Bianca, il compito di risolvere il problema della immigrazione clandestina. Gli americani hanno assistito invece alla sua degenerazione, con i 10 milioni di irregolari entrati nel Paese e sparsi ormai ovunque. E nei sondaggi lo hanno segnalato: il più recente, quello del 22 luglio di YouGov, ha ancora confermato che Trump è giudicato il più fidato nel gestire l’immigrazione con ben 15 punti percentuali in più rispetto alla Harris.
Ecco perché, su testate e siti che tifano per i Democratici, sono cominciati a uscire articoli, spacciati per Fact Checking, in cui si nega che la vicepresidente sia mai stata incaricata dal presidente di sistemare la situazione gravissima sul confine meridionale. Pateticamente, PolitiFact (Poynter Institute), ha scritto che “nel marzo 2021, il presidente Biden aveva incaricato la vicepresidente Kamala Harris di lavorare insieme ai membri dei governi del Guatemala, El Salvador e Honduras per affrontare le questioni che guidano la gente a lasciare questi Paesi e a venire negli Stati Uniti. L’amministrazione Biden-Harris aveva detto che si sarebbe focalizzata su cinque aspetti: insicurezza economica, corruzione, diritti umani, violenza delle gang criminali e violenza sessuale. La sicurezza al confine e la gestione della stessa è la responsabilità del ministro della Sicurezza nazionale”. Per tutta la gente normale, per tutta la stampa del tempo, Kamala Harris era stata chiamata “la zar del confine”.
Adesso, lo sforzo dei media è di negare che la missione fosse quella di affrontare la piaga degli ingressi illegali, e che la vicepresidente ne fosse la titolare. È ridicolo, ovviamente, ma i media del mainstream sono decisi in questa missione di vitale importanza per definire quale sia stato il ruolo di Kamala in questo mandato presidenziale. E non vanno sottovalutati. Basta pensare che per oltre un anno il New York Times e gli altri grandi fogli liberal hanno negato l’esistenza del laptop di Hunter Biden: eppure, il mese prima del voto di novembre del 2020, il New York Post aveva fatto lo scoop portando prove inoppugnabili del laptop, e del suo contenuto ultra negativo per la famiglia Biden. Quindi, aspettiamoci di tutto nelle prossime settimane sulla stampa del mainstream. Trump e la sua campagna avranno un lavoro improbo nel contrastare la “Kamalamania” in arrivo.