Educazione sessuo-affettiva nelle scuole, cosa prevede il referendum e cosa può cambiare

Simone Micocci

Commenta

Raggiunte le 500 mila firme per il referendum sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Ecco di cosa si tratta e cosa può cambiare per studenti e studentesse.

Educazione sessuo-affettiva nelle scuole, cosa prevede il referendum e cosa può cambiare

Segui Money.it su Google Aggiungici alle fonti preferite per vedere più spesso le nostre notizie nei risultati di ricerca.

Il referendum sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole ha raggiunto un primo traguardo: 500 mila firme, la soglia necessaria per proseguire l’iter che potrebbe portare i cittadini a decidere sul destino della legge n. 104 del 2026, voluta dal governo Meloni e di cui i promotori chiedono l’abrogazione integrale.

Una legge che subordina la partecipazione alle attività sui temi della sessualità al consenso informato preventivo delle famiglie, o degli studenti stessi se maggiorenni, e alla possibilità di visionare il materiale didattico. Per le scuole dell’infanzia e le primarie, invece, esclude queste attività, fermo restando quanto previsto dalle Indicazioni nazionali.

Attorno a queste disposizioni si è aperto un confronto che assume i contorni di una battaglia ideologica, nella quale, però, non sempre c’è chiarezza su cos’è l’educazione sessuo-affettiva e cosa cambierebbe effettivamente con un’eventuale vittoria del Sì.

Pertanto, considerata l’importanza di votare informati, indipendentemente dalla scelta tra Sì e No, facciamo quindi chiarezza su cosa prevede oggi la legge e cosa potrebbe cambiare laddove dovesse essercene l’abrogazione.

Cosa si intende per educazione sessuo-affettiva?

Partiamo dal concetto alla base di tutto: cos’è l’educazione sessuo-affettiva? Con questo termine si intendono quei percorsi educativi che affrontano la sessualità anche attraverso il suo legame con le emozioni, aiutando gli studenti a vivere le relazioni nel rispetto dell’altra persona. Gli argomenti vengono però adattati all’età degli alunni: nell’infanzia, ad esempio, si può partire dalla conoscenza del proprio corpo, per approfondire durante l’adolescenza il significato del consenso nelle relazioni.

Secondo i sostenitori del referendum questi corsi sono molto importanti, in quanto è la scuola che deve porsi come un riferimento su questi temi, evitando che i ragazzi cerchino risposte soprattutto online, dove possono incontrare rappresentazioni della sessualità che trascurano la dimensione affettiva.

Come funziona oggi l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole?

Come anticipato, a definire le regole sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è la legge n. 104 del 2026, introdotta dal governo Meloni, che limita la possibilità di organizzare attività su questi temi e subordina la partecipazione degli studenti al consenso informato.

La distinzione principale riguarda il grado scolastico: nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie sono escluse le attività sui temi della sessualità, fermo restando quanto previsto dalle Indicazioni nazionali. Per questi istituti, quindi, l’autorizzazione dei genitori non basta a consentirne l’organizzazione.

Nelle scuole secondarie, medie e superiori, i percorsi possono invece essere attivati, ma è necessario il consenso preventivo delle famiglie, oppure degli studenti stessi se maggiorenni. È inoltre obbligatorio per la scuola mettere a disposizione il materiale didattico affinché possa essere visionato prima dell’adesione.

Per le attività extracurricolari e di ampliamento dell’offerta formativa previste dal Ptof, il consenso deve essere scritto e richiesto con almeno una settimana di anticipo, informando le famiglie sui contenuti e sulle modalità di svolgimento, compresa l’eventuale partecipazione di esperti esterni.

Chi non aderisce non partecipa, con una differenza: per le attività extracurricolari lo studente si astiene dalla frequenza, mentre per quelle di ampliamento dell’offerta formativa, la scuola deve garantire attività formative alternative.

Anche il coinvolgimento di soggetti esterni è regolato dalla legge: richiede la deliberazione del collegio dei docenti e l’approvazione del consiglio di istituto. Quando alle attività sui temi della sessualità partecipano minorenni, deve inoltre essere presente un docente.

Cosa vuole il referendum?

A tal proposito, obiettivo del referendum è abrogare integralmente la legge n. 104 del 2026, dando maggiore libertà alle scuole nell’organizzazione dei percorsi di educazione sessuo-affettiva.

Verrebbero quindi meno il divieto previsto per le scuole dell’infanzia e le primarie e gli obblighi specifici di consenso introdotti dalla legge. Gli istituti potrebbero così progettare queste attività nell’ambito dei Piani triennali dell’offerta formativa, secondo le regole dell’autonomia scolastica e con contenuti adeguati all’età degli alunni.

Lo scontro tra il Sì e il No riguarda tanto l’utilità di questi percorsi quanto il ruolo delle famiglie nelle decisioni della scuola. La legge mette al centro l’autorizzazione preventiva dei genitori, mentre i promotori ritengono che questo meccanismo ostacoli l’attivazione dei corsi, limitando una funzione educativa che dovrebbe essere garantita a tutti.

Per i sostenitori del Sì, affrontare questi temi in classe significa educare al rispetto dell’altra persona, contribuendo alla prevenzione della violenza. Una posizione sostenuta anche dalla Flc Cgil, secondo cui lasciare un vuoto educativo rischia di rendere Internet il principale riferimento dei ragazzi sulla sessualità. Chi è per il No è invece preoccupato da quelli che potrebbero essere i contenuti di questi corsi, con il rischio che possano farsi promotori di una cultura woke.

Va comunque chiarito che l’eventuale abrogazione non renderebbe obbligatoria l’educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole: semplicemente eliminerebbe i vincoli della legge, lasciando agli istituti la possibilità di inserire questi percorsi nella propria offerta formativa.

Cosa succede adesso?

Raggiunte le 500 mila firme, la richiesta di referendum può proseguire il proprio percorso. Prima di arrivare al voto, però, sono necessari alcuni passaggi: spetta innanzitutto alla Corte di Cassazione verificare la regolarità della richiesta e la validità delle sottoscrizioni.

Successivamente toccherà alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito entro il 10 febbraio 2027.

Il raggiungimento della soglia, quindi, non garantisce ancora che i cittadini saranno chiamati alle urne. Solo se i controlli avranno esito positivo, l’ipotesi prospettata è di votare entro giugno 2027.

A tal proposito, il fattore tempo assume particolare importanza con l’avvicinarsi della scadenza della legislatura. Un eventuale scioglimento anticipato delle Camere farebbe infatti scattare la sospensione del procedimento referendario, i cui termini riprenderebbero a decorrere soltanto un anno dopo le elezioni. Il calendario politico potrebbe quindi allontanare il voto, anche dopo il successo della raccolta firme.

Nel frattempo, i promotori invitano a continuare a firmare: superare ulteriormente la soglia serve infatti a rafforzare il peso politico della richiesta.

Argomenti

# Scuola

Commenti

0

Per commentare serve un account Money.it gratuito.

Nessun commento: scrivi tu il primo.

Cerca la tua Azienda su