La Guyana si è trasformata in pochi anni in uno dei Paesi più ricchi del Sud America. Il “merito” è anche della crisi petrolifera causata dalla guerra in Iran
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La Guyana è stata per decenni uno dei Paesi più poveri del continente americano. Oggi è uno dei più ricchi, con un PIL pro capite di circa 32.000 dollari (quasi 28.500 euro).
La ragione di questo vero e proprio boom è la scoperta, nel 2015, di immensi giacimenti di petrolio al largo delle sue coste. Giacimenti che, con lo scoppio della guerra in Iran a inizio 2026, hanno trasformato la Guyana in uno dei maggiori beneficiari della crisi energetica globale.
Il rovescio della medaglia è che gran parte della popolazione non ha ancora visto i benefici di questa nuova ricchezza.
Guadagnare dalla guerra
Il conflitto in Medio Oriente sembra ben lontano dalla sua conclusione e il rischio di escalation è sempre dietro l’angolo. Uno scenario che mette sotto pressione l’approvvigionamento energetico e in ginocchio molte economie.
Tra queste non c’è quella della Guyana. Il Paese ha iniziato a estrarre petrolio nel 2019 e per quest’anno si stimano entrate pubbliche derivanti dai combustibili fossili per circa 6,5 miliardi di dollari, con una crescita del PIL del 33% nel primo semestre 2026.
La combinazione tra prezzi elevati e crescente domanda internazionale di fornitori lontani dalle rotte interessate dai conflitti ha reso il petrolio della Guyana uno dei più ambiti al mondo.
Oggi il Paese produce circa 900.000 barili al giorno e dovrebbe raggiungere una capacità di 1,7 milioni entro il 2030. Secondo gli esperti, le riserve di petrolio pro capite sarebbero inferiori soltanto a quelle del Kuwait.
Un Paese di contrasti e criticità
Come accade spesso nei Paesi che crescono a ritmi così rapidi, anche in Guyana restano enormi criticità e disparità nella distribuzione della ricchezza.
Ne ha parlato pochi giorni fa il New York Times, raccontando una capitale, Georgetown, in cui auto come Lamborghini e Ferrari sfrecciano accanto a strade dissestate, case in rovina e canali di scolo a cielo aperto.
Le infrastrutture non sono l’unico problema. La crescita del PIL ha portato con sé grandi sviluppi immobiliari, eventi e festival internazionali, ma ha anche fatto salire i prezzi delle case e alimentato il malcontento per la distribuzione della ricchezza.
Il governo ha assicurato che le nuove risorse andranno a finanziare infrastrutture, l’istruzione universitaria gratuita e bonus di circa 500 dollari ai cittadini. In molti, però, denunciano la concentrazione delle risorse nelle mani di piccole élite e le gravi carenze dei servizi pubblici.
Il futuro resta incerto
La rapida crescita della ricchezza della Guyana si scontra con un problema di fondo: la mancanza di raffinerie in grado di trasformare il greggio in carburante. Il Paese è ancora costretto a importare benzina e diesel, e questo lo rende vulnerabile alle stesse fluttuazioni del mercato energetico che ne hanno decretato il boom.
È qui che si gioca la sfida per il governo. Dotarsi delle infrastrutture necessarie e raggiungere l’autonomia energetica sarà un passaggio decisivo, ma non basterà da solo a evitare che la ricchezza petrolifera diventi un moltiplicatore di disparità, inflazione e corruzione.
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