Così le imprese zombie danneggiano il mercato del lavoro

Alberto De Pasquale

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In Italia il 3% delle aziende è improduttivo ma occupa oltre il 5% dei lavoratori, rallentando l’economia e impedendo alle realtà sane di emergere.

Così le imprese zombie danneggiano il mercato del lavoro

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I morti viventi non esistono soltanto negli horror di George A. Romero. Fuori dal grande schermo riguardano anche l’economia italiana quando si parla delle cosiddette imprese zombie, cioè delle aziende che apportano un contributo nullo alla produttività ma rappresentano un’inefficiente allocazione delle risorse. Non hanno prospettive di crescita e per essere tenute in piedi hanno bisogno di credito garantito dallo Stato o dalle banche.

Rispetto a qualche anno fa sono in calo, eppure continuano a essere rilevanti. Oltre a raccogliere fondi che potrebbero essere destinati a realtà produttive e start-up, contribuiscono anche a rallentare l’occupazione, soprattutto a discapito delle imprese di piccole dimensioni e con meno capacità di attrarre «capitale umano».

Nel 2012 le zombie valevano circa il 6% delle imprese italiane, per poi registrare una leggera crescita e raggiungere il picco massimo, vicino al 7%, intorno al 2014, in corrispondenza degli strascichi della crisi del debito sovrano. In seguito è iniziata una discesa regolare e ininterrotta, che ha portato l’incidenza delle imprese zombie a contrarsi progressivamente anno dopo anno, fino ad andare al di sotto del 3% nel 2023.

Ma oltre al numero delle imprese, da tenere in considerazione c’è il numero degli occupati. Solitamente le imprese zombie hanno dimensioni medio-grandi e riescono a preservare l’occupazione per via di vincoli sindacali, tutele legali e sussidi, ammortizzatori sociali e aiuti di Stato. Sono garanzie importanti per i lavoratori ma che indirettamente portano a rallentare il mercato del lavoro. La Banca d’Italia ha analizzato proprio l’impatto della presenza di questo tipo di imprese in condizione di persistente dissesto economico sulla crescita delle aziende finanziariamente sane che operano negli stessi territori.

Le imprese zombie in Italia Le imprese zombie in Italia Quota di imprese (linea continua) e di occupati - Fonte: Banca d’Italia

In una sua analisi precedente via Nazionale aveva dimostrato che a partire dal 2015 circa si è assistito a un diffuso rafforzamento delle condizioni economiche e finanziarie delle imprese italiane e a una conseguente uscita dal mercato di quelle più vulnerabili. In particolare, tra il 2015 e il 2019 il tasso di uscita dal mercato delle imprese zombie è stato molto più alto rispetto a quello delle altre imprese, portando a un calo dell’incidenza delle prime.

In precedenza, come segnalato dal grafico, questo tipo di impresa era molto più presente nel tessuto produttivo italiano, rappresentando quindi anche una fetta più ampia di occupati. Tra il 2012 e il 2014 l’occupazione nelle imprese zombie italiane è arrivata fino all’11%, negli anni di crisi durante i quali molte aziende in grave difficoltà finanziaria continuavano a sopravvivere.

Poi la quota di dipendenti delle imprese zombie è crollata in modo significativo, stabilizzandosi intorno al 6% nel 2018: un dimezzamento frutto di una progressiva ristrutturazione del mercato e dell’uscita di scena di molte grandi imprese non più sostenibili. Negli ultimi anni le imprese zombie hanno rappresentato stabilmente il 6% dell’occupazione del paese, con una leggera discesa più di recente, verso il 5%.

Un’impresa è in default quando non adempie a una specifica obbligazione finanziaria alle scadenze previste (per esempio non paga una rata di finanziamento o gli interessi). È quindi un concetto legato al mancato pagamento di un debito. Il default può essere temporaneo e non implica automaticamente l’insolvenza, che si verifica invece quando l’impresa è incapace di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni. Poi c’è la cosiddetta impresa zombie, che secondo la definizione dell’Ocse è quella che esiste da oltre dieci anni e per almeno tre consecutivi non riesce a generare un utile operativo sufficiente a pagare gli interessi sul debito, ossia riesce ancora a operare ma senza ridurre il proprio debito.

Anche se in calo, la rappresentanza di occupati nelle imprese zombie in Italia resta significativa e con implicazioni importanti. Trattenendo lavoratori in rapporti di impiego considerati «improduttivi», per i motivi spiegati, Banca d’Italia arriva alla conclusione che questa tipologia di imprese riduce l’offerta di lavoro effettivamente disponibile per i concorrenti «sani», limitando così la capacità delle imprese produttive di espandere l’occupazione a fronte di condizioni di domanda favorevoli. Un meccanismo che «costituisce una forma di allocazione inefficiente della forza lavoro in mercati geograficamente segmentati, con il potenziale di frenare la crescita occupazionale e, in ultima analisi, il dinamismo economico».

Lo studio arriva a quantificare l’inefficienza con una certa precisione. Quando un’impresa sana, per esempio, aumenta la domanda di export, vorrebbe assumere più persone per continuare a crescere, ma se nel territorio in cui opera c’è un’alta presenza di imprese zombie ci saranno meno lavoratori disponibili e quindi crescerà meno (o non crescerà affatto) rispetto a un’impresa sana che si trova in una zona con poche zombie.

In una zona senza imprese zombie, un aumento del 10% della domanda di export fa crescere l’occupazione dell’impresa sana di circa 0,34%; in un territorio con poche imprese zombie l’aumento scende a circa lo 0,27%, mentre in una zona con tante imprese zombie l’effetto è quasi nullo e l’impresa non riesce quasi più ad assumere. Le imprese zombie non danneggiano solo se stesse: bloccano il mercato del lavoro nei territori in cui operano, impediscono alle imprese sane di espandersi quando arriva un’opportunità e quindi rallentano crescita e dinamismo dell’economia.

Fonte: Banca d’Italia

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Ma che storia è questa delle imprese zombie? Qui da noi ci sono più zombie che autisti! E intanto in Austria il gasolio costa meno...

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