«Se vai a Palermo, non comprare le banane» diceva un formidabile Benigni nel suo Johnny Stecchino.
Ebbene, ha fatto già persino troppo parlare di sé la “banana” di Cattelan, acquistata per 0,30 cent e rivenduta per 6,2 milioni di dollari. Con enorme stupore (oltre che una punta di sdegno e rammarico) del fruttivendolo, offeso nelle proprie umili ore al freddo per cercare di portare a casa il pane, e di un mercato drogato da discutibili miliardari che, troppo spesso, cercano una copertura artistica per nascondere i propri affari illeciti. E che poi, dopo aver mangiato la banana, come in questo caso, offrono offensive “ricompense” (il tizio in questione avrebbe offerto di comprare l’equivalente di 25mila dollari in banane dallo stesso venditore per poi distribuirle ai poveri, con evidente ignoranza dell’impossibilità per il mercante di fare questo acquisto a fronte di un ritorno economico che, nelle sue tasche, non arriverebbe nemmeno a 6mila dollari. L’ignoranza e l’arroganza di chi i soldi non li suda, e ci può giocare a sfregio).
A farne le spese, come al solito, non sono solo il mercato economico o la società che viene spaccata da queste enormi disuguaglianze, ma anche l’Arte.
Quella che invece ad alcuni appare come vincitrice.
Perché, vedete, l’Arte, quella vera, non beneficia di queste operazioni. Fermo restando che l’Arte ha a che vedere con le emozioni e le vibrazioni che riesce a trasmettere, mentre queste operazioni puramente commerciali sono sedicente arte il che è un insulto anche nei confronti dei più spericolati esponenti dell’avanguardia e dell’arte concettuale del secolo scorso.
Giusto per fare un recente parallelo, un raro tappeto «Polonaise» del XVII secolo (manifattura Safavide in seta broccata con fili in oro e argento) riapparso inaspettatamente in Giappone dopo secoli di segreta e silenziosa permanenza in una collezione privata, è stato battuto all’asta da Christie’s a Londra lo scorso 24 ottobre per quasi 1,4 milioni di Euro. Questi tappeti persiani (annodati a Isfahan e Kashan) sono rarissimi: ce ne sono solo poche decine sparse in musei e collezioni private milionarie, e tre di questi sono esposti in una teca nella Basilica di San Marco a Venezia. Per realizzare un tappeto pregiati persiani, come ad esempio Esfahan (Isfahan) finissima, con l’ordito di seta, formato da tre fili molto ritorti ed i nodi di lana fine Kork, con 810.000 nodi in un Mq.; si impiegano in media 180 giorni circa di lavoro (sei mesi).
Per la banana di Cattelan compro la banana alla bancarella, magari ho già del nastro adesivo perché ho già realizzato qualche altro “capolavoro” e ho del materiale residuo… ma va bene anche un trasloco, impiego al massimo 2 minuti, se proprio sono pignolo nell’affissione. Bene, lo sappiamo e lo ripetiamo, l’opera green (pensate se si inventavano pure questa quanto saliva il prezzo! La prossima volta mi offro per il marketing!) è stata battuta all’asta a New York da Sotheby’s per la cifra di 6,2 milioni di Euro. Ovvero quattro volte il valore. Questo perché ormai nell’arte non esiste più relazione tra verità, pregio e valore. È l’arte stessa che ormai è diventata fondamentalmente «falsa».
Non è un segreto che molti artisti che espongono in blasonate fiere internazionali non sappiano disegnare né, tantomeno, dipingere o scolpire. Eppure, dietro certi progetti, si evince che ci sia stato un lavoro di anni e anche il più piccolo dettaglio nasconde uno o più riferimenti. Questo ci aiuta a distinguere se un «artista» ci sta prendendo per i fondelli o se dietro il suo lavoro c’è stata tanta ricerca che fa vibrare le corde remote delle nostre emozioni. Nel caso di una banana incollata al muro con un pezzo di nastro adesivo, e poi mangiata, ha vibrato solo il battitore dell’asta.