BTP con cedola alta o sotto la pari? Perché la cedola più ricca può rendere meno

Flavia Provenzani

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Il BTP con la cedola più alta sembra pagare il doppio ogni mese, ma alla scadenza restituisce meno di quanto è costato. Il confronto tra due titoli con 100.000 euro mostra quale rende davvero e chi rischia di perdere il vantaggio fiscale.

BTP con cedola alta o sotto la pari? Perché la cedola più ricca può rendere meno

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Chi compra BTP per vivere delle cedole tende a fare la scelta che sembra più ovvia, cioè puntare sul titolo che stacca la cedola più ricca. Davanti a un BTP che paga il 6% annuo e a uno che si ferma al 2,70%, la partita pare chiusa prima ancora di cominciare, ma la cedola è soltanto la vetrina del titolo, mentre il conto vero si fa alla cassa, alla scadenza, quando lo Stato rimborsa 100 a tutti, anche a chi ha pagato molto di più.

Il mercato obbligazionario non fa regali e il sovrapprezzo pagato oggi per un interesse generoso si perde alla scadenza, dopo essere rientrato, senza che nessuno se ne accorga, dentro le cedole incassate negli anni.

Per capire quanto pesi questa illusione, abbiamo messo a confronto due BTP con scadenze vicine, simulando un investimento di 100.000 euro in ciascuno dei due e seguendo ogni flusso fino al rimborso, tasse comprese.

Due BTP titoli “gemelli”

Il primo è il BTP 1° ottobre 2030 (ISIN IT0005654642), emesso a giugno 2025 con una cedola del 2,70% annuo pagata in due rate semestrali ad aprile e ottobre. La mattina del 28 ottobre 2026 l’ultimo contratto sul MOT, alle 9.58.59, è stato concluso a 95,76, quindi sotto la pari. Il secondo è il BTP 1° maggio 2031 (ISIN IT0001444378), un veterano collocato a cavallo tra il 1999 e il 2000, quando i tassi erano ben altri, che paga ancora il 6% annuo con cedole a maggio e novembre. Nella stessa mattinata l’ultimo contratto, alle 9.34, è stato concluso a 108,60, cioè oltre otto punti e mezzo sopra la pari.

Sulla carta i due titoli sembrano appartenere a mondi diversi, ma il rendimento lordo a scadenza racconta un’altra storia. Ai prezzi indicati e con regolamento al 30 ottobre, il BTP 2030 rende il 3,91% lordo annuo e il BTP 2031 il 3,94%.

Il mercato, in altre parole, li valuta quasi allo stesso modo, e la piccola differenza a favore del 2031 è giustificata dai sette mesi di durata in più. Tutto ciò che distingue i due investimenti sta quindi nella forma in cui il guadagno arriva e nel modo in cui il fisco lo tratta.

Centomila euro, due strategie diverse

Con 100.000 euro a disposizione si possono comprare 104.000 euro nominali del BTP 2030 oppure 89.000 euro nominali del BTP 2031, perché il secondo costa di più e se ne porta a casa meno. La tabella riassume che cosa succede da qui alla scadenza, con la ritenuta del 12,5% già applicata su cedole e plusvalenze.

VoceBTP 2,70% ottobre 2030BTP 6% maggio 2031
Prezzo del 28 ottobre 2026 95,76 108,60
Valore nominale acquistato 104.000 € 89.000 €
Capitale impiegato, rateo compreso 99.814,11 € 99.294,98 €
Cedola netta semestrale 1.228,50 € 2.336,25 €
Media mensile della cedola netta 204,75 € 389,38 €
Cedole fino a scadenza 8 10
Cedole nette incassate in totale 9.855,96 € 23.692,62 €
Rimborso netto a scadenza 103.448,80 € 89.000,00 €
Guadagno netto complessivo 13.490,65 € 13.397,64 €
Rendimento netto annuo a scadenza 3,43% 3,21% (3,43% se si recupera tutta la minusvalenza)

Il totale delle cedole incassate supera di poco la somma delle cedole ordinarie per un motivo tecnico. Sulla prima cedola la ritenuta colpisce soltanto gli interessi maturati dopo l’acquisto, mentre la parte già pagata al venditore sotto forma di rateo torna all’acquirente senza trattenute.

Chi guarda solo la riga delle cedole vede un titolo che paga quasi il doppio dell’altro, 389,38 euro al mese contro 204,75. Chi scende fino in fondo alla tabella scopre invece che il BTP 2031, dopo aver distribuito più del doppio in interessi, consegna un guadagno complessivo leggermente inferiore e per giunta lo fa in sette mesi in più.

Dove si nasconde la differenza?

Il meccanismo è semplice, anche se raramente lo si vede scritto. Chi compra il BTP 2031 a 108,60 paga 96.654 euro, al netto del rateo, per titoli che alla scadenza verranno rimborsati 89.000 euro. Quei 7.654 euro di differenza non spariscono nel nulla, ma rientrano un poco alla volta dentro le cedole, che quindi non sono tutte guadagno. Una parte di ogni cedola semestrale è semplicemente il sovrapprezzo pagato all’inizio che torna nelle tasche dell’investitore, e spenderla significa erodere il proprio capitale senza accorgersene.

Con il BTP 2030 accade l’esatto contrario. Le cedole sono più magre, ma alla scadenza il rimborso supera di oltre 3.600 euro il capitale impiegato, perché chi ha comprato a 95,76 riceve 100. Il guadagno resta in parte congelato fino all’ultimo giorno, ed è proprio questa attesa che inganna chi ragiona solo sul flusso mensile.

Se si divide il guadagno netto complessivo per i mesi di durata dell’investimento, i due titoli si presentano finalmente per quello che sono. Il BTP 2030 produce in media 286,75 euro al mese di guadagno netto effettivo, il BTP 2031 si ferma a 248,05 euro, che diventano 265,76 solo nel caso più favorevole, quello in cui il risparmiatore riesce a sfruttare per intero il vantaggio fiscale di cui parliamo più avanti. Il titolo che sembrava pagare quasi il doppio, insomma, rende meno.

La minusvalenza che non tutti sanno usare

C’è poi un aspetto fiscale che molti scoprono solo a cose fatte. I 7.654 euro di perdita sul capitale del BTP 2031 generano, alla scadenza, una minusvalenza, che in teoria permette di risparmiare il 12,5% di quella perdita in tasse future, cioè 956,75 euro. In pratica, però, quel credito non arriva da solo sul conto corrente. La minusvalenza va utilizzata entro i quattro anni successivi a quello in cui si realizza, e soltanto per compensare altri redditi diversi, come le plusvalenze ottenute vendendo azioni, certificati, ETC, derivati o altri titoli con un guadagno.

Non servono invece le cedole, i dividendi o i guadagni sugli ETF armonizzati e sui fondi comuni, che per il fisco sono redditi di capitale e non dialogano con le minusvalenze. Il risparmiatore tipico che compra BTP proprio per incassare le cedole, e che spesso non movimenta altro, rischia quindi di vedersi scadere il credito nel cassetto. In quel caso il rendimento netto del BTP 2031 resta al 3,21%, contro il 3,43% del BTP 2030, e quei 0,22 punti percentuali di scarto valgono circa 220 euro l’anno su 100.000 euro investiti.

La prima cedola è un’illusione ottica

Il BTP 2031 nasconde anche una trappola più sottile, legata al calendario. La cedola matura il 1° novembre 2026, che cade di domenica, e viene accreditata lunedì 2 novembre. Nella nostra simulazione, con regolamento venerdì 30 ottobre, l’acquirente versa al venditore, oltre al prezzo, 2.640,98 euro di rateo, cioè gli interessi maturati da maggio in poi, e tre giorni dopo riceve una cedola netta di 2.666,37 euro, che sembra un ottimo inizio ma in realtà è quasi tutta restituzione di denaro proprio. Il vero guadagno di quel primo stacco vale poco più di venticinque euro.

Quando l’alta cedola ha senso

Questo non significa che i titoli sopra la pari vadano evitati per principio. Hanno una loro logica per chi prevede di realizzare plusvalenze nei quattro anni successivi alla scadenza e può quindi usare il credito fiscale fino all’ultimo euro, perché in quel caso il rendimento netto torna allineato a quello del titolo sotto la pari.

Possono servire anche a chi ha bisogno di più liquidità nei primi anni e accetta consapevolmente di consumare una parte del capitale, per esempio un pensionato che vuole integrare la pensione per un periodo definito senza dover vendere titoli sul mercato. L’importante è sapere che quella cedola più alta non è un rendimento in più, ma in buona parte il proprio capitale restituito a rate.

Prima di scegliere un BTP da cui ricavare una rendita periodica conviene dunque spostare lo sguardo dalla cedola al rendimento netto a scadenza, confrontando titoli con durate simili e controllando a che prezzo li si sta comprando. Quando il prezzo supera 100, la domanda da farsi è se nei quattro anni successivi alla scadenza si avranno plusvalenze con cui recuperare la perdita. Se la risposta è no, il titolo con la cedola più modesta e il prezzo sotto la pari è quasi sempre la scelta più redditizia, anche se nel conto corrente, mese dopo mese, sembrerà il contrario.

Prezzi rilevati su Borsa Italiana il 28 ottobre 2026 (ultimo contratto delle 9.58.59 per il BTP 2030 e delle 9.34 per il BTP 2031). Rendimenti e flussi calcolati dalla redazione con regolamento al 30 ottobre 2026 e ritenuta del 12,5%, senza considerare commissioni di negoziazione e imposta di bollo.

DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio.

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