A pochi giorni dal blocco ufficiale per i motori diesel Euro 5, ecco cosa dice la direttiva, i marchi interessati, chi rischia lo stop e in quali regioni
Il conto alla rovescia è ormai agli sgoccioli: dal 1° ottobre 2026 scatta il blocco alla circolazione nei grandi centri urbani del Nord Italia per i veicoli diesel Euro 5. Dopo una lunga sequenza di rinvii, il provvedimento ha una data ufficiale, imposta dal rispetto delle normative europee sulla qualità dell’aria e dalla necessità di abbattere l’inquinamento nella Pianura Padana. Il divieto, però, riguarda soltanto quattro regioni e si presenta con un volto tutt’altro che uniforme: se la Lombardia conferma la stretta, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna stanno lavorando a misure alternative per evitare il fermo generalizzato delle auto più vecchie. E il Piemonte ha già trovato una soluzione.
Il nodo resta la soglia dei Comuni coinvolti: l’obbligo scatterà in via prioritaria nei centri con oltre 100.000 abitanti, e non più nei comuni sopra i 30.000 residenti come previsto in origine. Alle Regioni resta piena autonomia per estendere il blocco anche ai centri più piccoli o per adottare misure parallele. Secondo i dati dell’ACI, in Italia circolano circa 3,7 milioni di diesel Euro 5, pari all’8,8% dell’intero parco auto, con Lombardia e Piemonte tra le regioni a maggiore diffusione di questa tipologia di vetture.
Vediamo cosa cambia dal 1° ottobre 2026 per chi possiede un’auto a gasolio, chi non potrà più circolare in città, quali sono i marchi e i modelli più colpiti e quali sanzioni rischiano i trasgressori.
Blocco diesel Euro 5: cosa prevede il divieto dal 1° ottobre 2026
Dal 1° ottobre 2026 i veicoli diesel Euro 5 non potranno più circolare nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì, nelle fasce orarie diurne, nei centri urbani più popolosi delle regioni del Nord. Restano invece liberi da vincoli tangenziali e autostrade, comprese le tratte e le superstrade che attraversano i territori comunali. Nessun blocco, inoltre, per le auto alimentate a benzina: il divieto colpisce esclusivamente i modelli a gasolio, in particolare quelli immatricolati tra il 2011 e l’agosto 2015.
Il provvedimento nasce dal decreto-legge 12 settembre 2023, n. 121 (convertito nella legge n. 155/2023), la risposta italiana alla procedura d’infrazione europea aperta per il superamento dei limiti di PM10 e biossido di azoto (NO₂) fissati dalla direttiva 2008/50/CE, con la Pianura Padana tra le aree più critiche del continente. L’entrata in vigore era inizialmente prevista per il 1° ottobre 2025, ma un emendamento della Lega al Decreto Infrastrutture, sostenuto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha spostato la partenza di un anno e ha innalzato la soglia dei Comuni interessati da 30.000 a 100.000 abitanti, lasciando alle Regioni la facoltà di anticipare, posticipare o sostituire il blocco con misure compensative. Proprio questo margine di manovra spiega il quadro a macchia di leopardo che si profila oggi lungo il bacino padano.
Dove e quando scatta lo stop: le quattro regioni del Bacino Padano
La mappa del blocco ricalca i confini delle aree più industrializzate e densamente popolate del settentrione, coinvolgendo Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Lo stop si applica dal lunedì al venerdì, nelle fasce feriali diurne (esclusi sabato, domenica e festivi), nei Comuni con più di 100.000 abitanti. Tra i capoluoghi potenzialmente interessati rientrano Milano, Brescia, Monza, Bergamo, Torino, Venezia, Padova, Verona, Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, Rimini, Ravenna, Forlì e Piacenza.
La reale portata del divieto, però, cambia da regione a regione. In attesa di un assetto definitivo, ciascuna amministrazione si sta muovendo con una certa autonomia, introducendo eccezioni, deroghe o piani sostitutivi calibrati sulla propria realtà locale. Ecco, territorio per territorio, cosa aspettarsi dal 1° ottobre.
Lombardia, lo stop è confermato
È la Lombardia a presentare il quadro più netto: salvo modifiche dell’ultimo minuto, dal 1° ottobre 2026 il blocco delle autovetture diesel Euro 5 parte regolarmente. Il divieto sarà attivo dal lunedì al venerdì, dalle 7:30 alle 19:30, e non è limitato ai soli mesi invernali: la Lombardia è l’unica tra le regioni coinvolte a non prevedere una sospensione stagionale delle limitazioni. Le città interessate sono i Comuni sopra i 100.000 abitanti, ovvero Milano, Brescia, Monza e Bergamo.
Il calendario proseguirà negli anni successivi: dal 1° ottobre 2027 le restrizioni si estenderanno alle categorie M2, N1 e N2 (veicoli commerciali leggeri e medi), mentre dal 1° ottobre 2028 toccheranno alle restanti categorie di mezzi.
Resta però una via d’uscita: il sistema MoVe-In (Monitoraggio dei Veicoli Inquinanti) consente ai proprietari aderenti di aggirare i vincoli fissi di giorni e orari. In cambio, il veicolo è sottoposto a un tetto massimo di chilometri percorribili ogni anno, calcolato in base a categoria e classe ambientale e conteggiato all’interno delle aree soggette a restrizioni. A registrare le percorrenze provvede una scatola nera installata a bordo e collegata via satellite, che verifica il rispetto del limite annuale.
Il modello Piemonte: come si evita il blocco
Il Piemonte ha scelto di giocare d’anticipo. La Giunta regionale ha approvato l’aggiornamento del Piano regionale per la qualità dell’aria (PRQA), inserendo un pacchetto di misure considerate alternative al fermo degli Euro 5. Come illustrato dal presidente Alberto Cirio e dall’assessore all’Ambiente Matteo Marnati, le simulazioni condotte mostrerebbero una riduzione delle emissioni equivalente a quella ottenibile bloccando i veicoli. L’obiettivo dichiarato è centrare lo stesso risultato ambientale senza imporre uno stop generalizzato alle circa 307.000 auto diesel Euro 5 presenti in regione, a partire dall’area metropolitana di Torino e da Novara, i territori che sarebbero stati più coinvolti dal provvedimento nazionale del luglio 2025.
Tra le misure spiccano due stanziamenti:
- 14 milioni di euro per incentivare l’impiego dei biocarburanti HVO nel trasporto pubblico e sulle vetture diesel Euro 5 ed Euro 6, con un contributo annuale compreso tra 50 e 100 euro erogato tramite apposite carte carburante, operativo dall’inverno 2026;
- 14,4 milioni di euro per ridurre le emissioni legate al riscaldamento, sostenendo la manutenzione degli impianti più datati e inquinanti e l’installazione di nuovi sistemi alimentati a biomassa.
Veneto ed Emilia-Romagna alla ricerca di un’alternativa
Sul fronte di Veneto ed Emilia-Romagna il divieto rischia comunque di scattare, a meno di contromisure last minute che le due amministrazioni stanno cercando di mettere a punto per i circa 400.000 veicoli complessivamente coinvolti nei loro territori.
In Veneto, a inizio agosto la Giunta ha approvato una delibera che avvia l’iter per sospendere il divieto previsto dal 1° ottobre 2026, misura che avrebbe interessato le auto diesel Euro 5 nei Comuni sopra i 100.000 abitanti e nei rispettivi agglomerati, per almeno 150.000 veicoli. La proposta dovrà ora passare al vaglio del Consiglio regionale. Il presidente Alberto Stefani ha motivato la scelta con l’impatto economico che l’obbligo di cambiare auto avrebbe sulle famiglie, rivendicando una transizione che coniughi tutela dell’ambiente e sostenibilità economica. Tra le ipotesi allo studio figurano l’anticipo del bando per convertire i diesel Euro 5 in veicoli Dual Fuel (alimentazione con una miscela di metano e gasolio) e il ricorso allo smart working per i dipendenti degli enti pubblici nelle giornate di allerta PM10 arancione o rossa, esclusi i ruoli che richiedono la presenza fisica.
In Emilia-Romagna il quadro è ancora in evoluzione: il blocco atteso per il 1° ottobre potrebbe riguardare circa 250.000 veicoli, ma la Regione sta lavorando a interventi sostitutivi. Se non verranno individuati entro la fine del mese, scatteranno le restrizioni già previste: divieto dal lunedì al venerdì, dalle 8:30 alle 18:30, nei Comuni con più di 100.000 abitanti, in vigore fino a marzo 2027 e con le stesse scadenze negli anni successivi. L’elenco comprende Bologna, Modena, Rimini, Reggio Emilia, Parma, Ravenna, Forlì e Piacenza, mentre i centri più piccoli potranno scegliere autonomamente se aderire. La priorità indicata dall’amministrazione è ridurre l’impatto sulla salute mantenendo il più possibile contenuti i costi per famiglie e imprese.
Chi rischia lo stop? I modelli e i marchi più colpiti
Secondo un’analisi condotta da CarFax sui controlli targa effettuati nei primi mesi del 2026, i nuovi divieti riguarderanno quasi 1 auto su 7 nel Nord Italia (circa il 14% dei controlli analizzati): si tratta di veicoli immatricolati tra il 2011 e l’agosto 2015, con un’età media di 12 anni e una percorrenza media di 146.000 km. Per molti automobilisti il rischio concreto è quello di dover sostituire un mezzo comprato da poco, spesso usato, che fino a ieri poteva circolare senza limiti anche in città.
Le restrizioni variano in modo progressivo a seconda della classe ambientale del veicolo:
- i motori diesel Euro 0, 1, 2 e 3 sono già soggetti a blocchi totali o limitazioni severe quasi ovunque nei giorni feriali;
- i motori diesel Euro 4 vengono bloccati regolarmente dal lunedì al venerdì (ore 8:30-18:30) nel periodo autunnale e invernale, dal 1° ottobre al 31 marzo, nei Comuni sopra i 30.000 abitanti;
- i motori diesel Euro 5 verranno fermati dal 1° ottobre 2026 nei grandi Comuni padani sopra i 100.000 abitanti nei giorni feriali;
- i motori diesel Euro 6 possono ancora circolare liberamente su tutto il territorio nazionale, con l’eccezione di aree come l’Area B di Milano, dove sono previste restrizioni progressive dal 2028 per le versioni più datate (Euro 6 A, B e C).
Lo studio di CarFax fotografa anche i marchi più rappresentati tra le vetture coinvolte:
- FIAT, il 13%;
- Audi, il 10%;
- BMW, il 9%;
- Mercedes, l’8%;
- Volkswagen, l’8%.
Sul fronte dei modelli, l’impatto si concentra sulle vetture di larga diffusione: in testa Fiat Panda e Fiat 500, seguite da Alfa Romeo Giulietta, Volkswagen Golf e dai SUV BMW della gamma X. Per verificare la classe ambientale della propria auto basta controllare il libretto di circolazione, alla voce V.9, oppure consultare il Portale dell’Automobilista.
Cosa rischia chi guida
Per chi possiede una di queste auto, il rischio è che il mezzo si trasformi in un costoso soprammobile da garage. A seconda delle ordinanze locali, la vettura potrebbe restare utilizzabile solo in parte, fuori dalle fasce e dalle aree soggette ai blocchi antismog. Il problema, però, non è soltanto logistico: chi usa l’auto per lavoro o per gli spostamenti casa-lavoro dovrà ripiegare su soluzioni alternative, dai mezzi pubblici al cambio d’auto anticipato.
La ricaduta più pesante è economica. Una vettura acquistata proprio perché conveniente rischia ora di diventare un bene difficile, se non impossibile, da rivendere o da sfruttare pienamente, con una svalutazione secca sul mercato dell’usato. Per una fetta consistente di automobilisti, insomma, la transizione verso una mobilità più pulita presenta un conto immediato e concreto.
Le sanzioni per i trasgressori
Chi verrà sorpreso a circolare con un diesel Euro 5 nelle aree e negli orari vietati andrà incontro a una sanzione amministrativa. In base all’articolo 7, comma 13-bis, del Codice della Strada, la multa va da un minimo di 168 euro a un massimo di 679 euro, con la sospensione della patente da 15 a 30 giorni in caso di recidiva nell’arco di un biennio. Le stesse regole valgono su tutto il territorio nazionale e si applicano anche ai veicoli con targa estera che circolano nelle regioni interessate.