Bank of America, “la bolla obbligazionaria è finita”. E un rialzo dei tassi Usa a ottobre sarebbe una buona notizia per Wall Street

Ufficio Studi Money.it

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Nell’ultima nota settimanale «The Flow Show», lo strategist di Bank of America Michael Hartnett sostiene che i mercati stanno leggendo al contrario il rischio Fed: un rialzo dei tassi il 28 ottobre fermerebbe la risalita dei rendimenti a lungo termine, non la provocherebbe.

Bank of America, “la bolla obbligazionaria è finita”. E un rialzo dei tassi Usa a ottobre sarebbe una buona notizia per Wall Street

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Michael Hartnett, chief investment strategist di Bank of America e l’autore di «The Flow Show», scrive la nota settimanale sui flussi di capitale globali più seguita da gestori e trader a Wall Street. Ogni settimana incrocia i dati sui flussi dei fondi, il posizionamento degli investitori e un indice proprietario di sentiment, il Bull & Bear Indicator, per capire dove si sta muovendo il denaro sui mercati. Nell’edizione pubblicata il 12 ottobre, Hartnett ribalta una lettura che fino a pochi giorni fa sembrava scontata: i mercati temono un rialzo dei tassi della Federal Reserve il 28 ottobre, ma secondo lui dovrebbero augurarselo.

Perché un rialzo Fed sarebbe una buona notizia

Il filo conduttore del report, sintetizzato dallo stesso Hartnett in tre parole, è «The Bond Bubble Is Over», «la bolla obbligazionaria è finita». Il ragionamento parte da un fatto: il rendimento del Treasury decennale americano ha toccato nei giorni scorsi un massimo del 5,36%, il trentennale è salito al livello più alto dal 2002 e l’ultima asta del decennale è stata collocata al rendimento più alto dal 2000.

Per Hartnett la causa non è tanto l’attesa sui tassi di policy, quanto il premio a termine richiesto dagli investitori su titoli a lunga scadenza, in un contesto di deficit pubblico crescente e di emissioni record. Una dinamica non solo americana: lo spread tra OAT francese e Bund tedesco è salito a 140 punti base, mentre i rendimenti sovrani sudcoreani sono aumentati di circa 200 punti base in diciotto mesi.

Da qui la tesi controintuitiva: se la Fed alzasse i tassi il 28 ottobre, lo farebbe come mossa deliberata per tenere sotto controllo i rendimenti a lunga scadenza, togliendo pressione proprio alla parte della curva che oggi preoccupa di più gli investitori azionari. Gli strategist del comparto tassi di Bank of America, citati nella stessa nota, la riassumono così: «Se spaventata dall’irripidimento della curva, la Fed alzerà i tassi». Il mercato, scrive Hartnett, prezza oggi solo il 17% di probabilità di un rialzo il 28 ottobre e circa l’81% per la riunione dell’8-9 dicembre: per lui si tratta di una probabilità sottostimata rispetto ai dati macro recenti.

Sul fronte della liquidità, Hartnett osserva che senza un taglio dei tassi non ci sarà alcun travaso di capitali dalla liquidità verso altre asset class: «Senza un taglio dei tassi, non ci sarà alcuna riduzione della liquidità in cassa». Gli asset monetari hanno raggiunto quasi 8.000 miliardi di dollari, contro i 5.000 miliardi del 2023, e a un rendimento dei T-bill del 4,2% generano da soli circa 330 miliardi di dollari l’anno di interessi: una concorrenza diretta per azioni e obbligazioni. Coerente con questa lettura, Hartnett segnala di aver «già preso piccole posizioni in anticipo sulle operazioni legate al picco dei rendimenti», cioè scommesse che il rendimento dei titoli di Stato a lungo termine sia vicino al suo massimo.

La tesi di Hartnett è una lettura, non un fatto acquisito, e va maneggiata con la cautela che la stessa Bank of America applicherebbe. Il suo stesso Bull & Bear Indicator, secondo quanto riportato, è sceso da 9,3 a 8,1 nelle ultime due settimane, ma resta lontano dalle soglie che la banca considera un segnale di vendita contrarian. Il quadro di sentiment non è ancora estremo quanto il linguaggio della nota potrebbe suggerire.

Perché riguarda l’investitore italiano?

Se la tesi di Hartnett si rivelasse corretta e il rendimento del Treasury decennale smettesse di salire dopo il 28 ottobre, l’effetto si trasmetterebbe anche ai rendimenti sovrani europei, BTP compreso. È lo stesso meccanismo attraverso cui, nei giorni scorsi, il calo dei rendimenti Usa ha accompagnato un BTP decennale in discesa verso il 4,55%.

Al contrario, se i rendimenti americani continuassero a salire perché la Fed resta ferma, la pressione si scaricherebbe anche sullo spread BTP-Bund, già sotto osservazione per il fronte francese.

C’è poi il tema della concorrenza della liquidità in dollari: con quasi 8.000 miliardi di dollari fermi sui fondi monetari americani a rendimenti sopra il 4%, una parte dei capitali che altrimenti affluirebbe verso azionario Usa, obbligazionario emergente o anche verso l’Europa resta parcheggiata lì.

Per chi investe o vorrebbe investire a Wall Street tramite fondi, ETF o azioni dirette, è un fattore che si somma al cambio euro-dollaro e merita di essere seguito. Infine, Hartnett segnala che gli indicatori di posizionamento restano in area di ipervenduto su una parte rilevante degli indici azionari globali, condizione che storicamente ha preceduto rimbalzi ed elemento che riguarda anche chi ha esposizione, diretta o tramite ETF, ai listini americani ed europei

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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