Amato fa retromarcia sulla strage di Ustica. A chi giova la sua intervista a la Repubblica?

Enrica Perucchietti

05/09/2023

Interpellato da Amadori per «la Verità», l’ex premier ha spiegato di aver parlato per stimolare i testimoni. Ma se non sono emersi altri elementi di verità, perché rilasciare intervista a Repubblica?

Amato fa retromarcia sulla strage di Ustica. A chi giova la sua intervista a la Repubblica?

Ustica, Moro, il piano Solo, Gladio, le varie stragi di incerta attribuzione. Sembra l’ennesimo capitolo della storia dell’Italia dagli anni ’60 a oggi, da quando troppi eventi drammatici si sono chiusi tra una lunga scia di sangue, misteri e depistaggi, senza che la verità sia stata mai veramente accertata.

Dopo aver fatto scoppiare un putiferio, riportando al centro del dibattito la strage di Ustica, Giuliano Amato fa retromarcia e si rimangia quanto dichiarato a la Repubblica dopo aver dato, come spesso accade, la colpa al titolista de quotidiano.

L’ex presidente del Consiglio, già numero uno della Corte costituzionale, ha parlato apertamente di un depistaggio insistente da parte degli apparati militari. Per carità, nulla di nuovo. Già nel 2008 Francesco Cossiga aveva detto le stesse cose.

E ancora prima, alcuni elementi erano già emersi nel primo processo sulla strage, concluso nel 1999 dal giudice Priore: caduta la menzogna dei vertici militari italiani sul “cedimento strutturale” e poi sulla “bomba”, restava l’ipotesi del missile, confortata dall’analisi scientifica del relitto dell’aereo recuperato.

«L’inchiesta», si legge nell’ordinanza-sentenza, «è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’Aeronautica italiana che della NATO, le quali hanno avuto l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto».

Rimaneva pertanto sul tavolo l’ipotesi di un’“azione militare” concertata da Stati Uniti e Francia, sotto copertura NATO. Eppure, nell’intervista di Giuliano, non c’è traccia alcuna di analisi politica e storica dell’Alleanza Atlantica e delle ingerenze USA nel nostro Paese.

Ma cosa ha detto per l’esattezza Amato?

Che il Dc9 dell’Itavia, precipitato vicino all’isola di Ustica il 27 giugno 1980, sarebbe stato abbattuto da un missile francese, nel tentativo di uccidere il leader libico Gheddafi.

«La versione più credibile – ha spiegato Amato – è quella della responsabilità dell’Aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno».

Gheddafi riuscì a evitare la trappola perché avvertito da Craxi, secondo le ricostruzioni di Amato, che ora chiede all’Eliseo di dire tutto quello che sa.

Dopo le reazioni sollevate, il «Dottor Sottile» cerca di spegnere l’incendio che ha causato.

Non poteva non sapere che le sue parole avrebbero scatenato clamore e la reazione stizzita di molti. Stefania Craxi, in primis, che, al contrattacco, ha accusato Amato di “falso storico”: “È vero che Craxi avvertì Gheddafi di un attentato del Dipartimento di Stato americano salvandogli la vita, ma era sul suolo libico ed era l’86. In quanto a Ustica, né Craxi né l’allora ministro della Difesa Lagorio seppero nulla”.

Non so nulla”, chiosa Amato, “Ho solo rimesso sul tavolo una ipotesi già accreditata, ma non ho elementi nuovi”.

E allora perché l’intervista a Repubblica, l’attacco al governo francese che ha rischiato di suscitare l’ennesima crisi diplomatica?

Interpellato da Giacomo Amadori per la Verità, l’ex premier ha spiegato di aver parlato solo per stimolare i testimoni. Ma se non sono emersi altri elementi di verità, perché rilasciare una simile intervista?

Anzi, Amato ha finto di cadere dalle nuvole quando gli si è fatto notare che si è rischiata una crisi di governo per colpa sua. Non aveva «nessuna intenzione di creare difficoltà al governo. Perché mai?».

Già, perché mai?

«Volevo riportare il tema all’attenzione, sollecitare chi potrebbe convalidare quell’ipotesi a parlare. Gli anni passano, le famiglie sono lì, convinte che la verità non sia ancora venuta fuori e i testimoni rimasti possono andarsene presto. Come può capitare a me, data la mia età».

Riguardo alle affermazioni su Bettino Craxi e alle repliche dei figli secondo i quali fece avvisare Gheddafi del bombardamento che si preparava sul suo quartier generale di Tripoli nel 1986, Amato replica: «Purtroppo non ricordo chi mi disse che era stato Craxi a informare Gheddafi anche se il ricordo è rimasto».

Si fa fatica a pensare che Amato possa aver parlato come un comune cittadino o affetto da una crisi di coscienza.

Le domande e i dubbi su questa vicenda sono molti.

Perché la Repubblica si è rivolta ad Amato per parlare di Ustica? Cosa è stato a muovere il quotidiano a indurlo a parlare di un caso irrisolto? O è stato lo stesso Amato a chiedere di parlare?

E ancora, perché, a distanza di 43 anni, Amato, sente il bisogno di dire che la colpa è francese, che l’Eliseo deve scusarsi con l’Italia e che a Washington erano in combutta con Parigi?

La sortita di Amato, che contraddice alcune delle cose dette in passato, può creare solo nuove difficoltà nei rapporti tra Roma e Parigi, già molto complicati, e nelle relazioni tra Roma e Washington.

A chi giova la sua intervista?

Chi c’è dietro le parole di Amato e quale effetto voleva ottenere?