Turchia: continua la guerriglia a Istanbul, coinvolte altre 67 città. E’ colpa di Twitter?

Marta Panicucci

3 Giugno 2013 - 12:06

Turchia: continua la guerriglia a Istanbul, coinvolte altre 67 città. E’ colpa di Twitter?

E’ la Turchia laica a manifestare in piazza. La popolazione turca chiede a gran voce le dimissioni del primo ministro Recep Tayyp Erdogan; i manifestanti scandiscono slogan in cui lo definiscono un dittatore moderno, in stile sultano di ottomana memoria.

La scintilla che ha innescato la protesta è stato il progetto del governo di abbattere degli alberi per la costruzione di un centro commerciale e altri edifici nella zona verde della capitale. Ma il rancore che i cittadini provano nei confronti del loro primo ministro va ben oltre. Accusato di voler islamizzare il paese, le dimissioni di Erdogan di cui si denuncia anche di una deriva autoritaria, ormai sono scandite in 67 città della Turchia.

Le manifestazioni partite da Istanbul per difendere la sua area verde, si sono presto espanse in gran parte della Turchia. I cortei che si sono formati in maniera spontanea in pochi giorni sono stati più di 200. Sul numero dei feriti e degli arrestati i dati divergono notevolmente, per Amnesty International il numero delle persone coinvolte è molto alto; notevolmente ridimensionate invece, le stime provenienti dal governo che sembra cerchi di minimizzare ciò che sta accadendo.

Inizio della protesta

La protesta pacifica a Istanbul è iniziata venerdì scorso quando un gruppo di ragazzi ha organizzato un sit-in per opporsi all’abbattimento di numerosi alberi a Gezi Park, una zona verde di Istanbul. Qui, in piazza Taksim il progetto del governo prevede la costruzione di caserme, un centro commerciale e una moschea. La reazione della polizia è stata forte, sono stati usati cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro i ragazzi del sit-in. Questa violenza ha avuto come prima conseguenza l’allargarsi della protesta che, da quel momento, ha anche cambiato volto. Da una manifestazione pacifica organizzata in difesa di 600 alberi è diventata una guerriglia tra polizia e manifestanti che chiedono le dimissioni del premier.

Feriti e arrestati: i numeri non tornano

Il bilancio di Amnesty International, riferito dalla voce di Riccardo Noury portavoce dell’antenna italiana dell’Ong, è pesante. Diverse ovviamente le notizie e i numeri che arrivano dal governo. Secondo l’associazione umanitaria due persone sarebbero rimaste uccise e altre cinque ferite gravemente alla testa e quindi in pericolo di vita.

I feriti sarebbero da venerdì a oggi oltre 1000; il ministero degli interni diffonde invece una nota in cui parla di 79 feriti, 53 civili e 26 agenti della polizia turca. Sempre secondo le informazioni diffuse dal ministro degli interni Muammer Guler le persone arrestate nel corso delle manifestazioni svoltesi ad Istanbul e le altre città della Tuchia sarebbero almeno 1.700. La maggior parte degli arrestati, aggiunge il Ministro, dopo alcuni accertamenti è stata rimessa in libertà.

Le autorità turche aggiungono che quasi 100 veicoli della polizia, 94 negozi e decine di auto sono state danneggiate dall’inizio della protesta, per un totale di 8 milioni di euro di danni.

Erdogan e Twitter

Il premier Erdogan ha tenuto un discorso televisivo alla nazione. Nel suo discorso il primo ministro ha ammesso che potrebbe esserci stato da parte della polizia un eccesso di forza nel cercare di sedare la manifestazione, ma aggiunge che la protesta è stata portata avanti e diffusa da una minoranza e che per questo non è democratica, ma soprattutto è illegittima. La polizia quindi continuerà a reprimere anche duramente i moti di protesta che chiedono a gran voce le sue dimissioni e il progetto di edificare l’area verde di Istanbul andrà comunque avanti appena verrà ristabilito l’ordine in città.

Il premier si è anche scagliato contro i social network, colpevoli di fomentare la popolazione e quindi la protesta. Erdogan dichiarando, in pratica, guerra alla contemporaneità afferma che social come twitter rappresentano «una minaccia per la società».

I manifestanti di Istanbul hanno accusato di oscurantismo le tv pubbliche del paese che, sotto le pressioni del governo, minimizzano le rivolte scoppiate in 67 città della Turchia. Erdogan condanna i social network tramite i quali si sono diffuse le notizie della rivolte fuori dal paese, ma anche e soprattutto dentro i confini nazionali. E’ grazie al passaparola su twitter e facebook che i giovani hanno convocato le riunioni di massa da cui sono poi scaturiti i cortei di protesta. Per questo Erdogan nel suo discorso in tv ha concluso affermando «oggi abbiamo una minaccia che si chiama twitter».

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