Perché il 2026 sarà l’anno dei data center (e cosa c’entra l’Asia)

Federico Giuliani

10 Gennaio 2026 - 08:23

I data center sono diventati nel 2025 un nodo centrale di conflitti economici, sociali e geopolitici tra Stati Uniti e Asia.

Perché il 2026 sarà l’anno dei data center (e cosa c’entra l’Asia)

Il 2025 è stato un anno chiave per i data center, infrastrutture che hanno smesso di essere invisibili per trasformarsi in un tema di discussione pubblica.

Per decenni, infatti, questi enormi complessi di server hanno rappresentato la spina dorsale di internet in mezzo al sostanziale disinteresse dei comuni cittadini. Oggi, invece, la situazione è cambiata radicalmente. Non solo per l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) e, più in generale, dell’hi-tech, ma anche a causa della feroce competizione geopolitica sui medesimi dossier che contrappone le principali potenze del pianeta.

Negli Stati Uniti, per esempio, la crescita esplosiva del cloud e dell’IA ha portato a una proliferazione senza precedenti di nuovi progetti, spesso concentrati in aree rurali o suburbane.

Dal 2021 la spesa per la costruzione di data center è aumentata di oltre il 300%, raggiungendo centinaia di miliardi di dollari, secondo i dati del Census Bureau.

Un’espansione così rapida ha reso inevitabile lo scontro con le popolazioni locali, che si trovano ad affrontare cantieri giganteschi, consumo intensivo di energia e acqua, e un impatto ambientale percepito come sproporzionato rispetto ai benefici diretti.

Usa: tra data center e proteste

Secondo quanto riportato dal sito TechCrunch, questa improvvisa esposizione dei data center ha innescato una reazione dal basso che non ha precedenti per il settore.

Negli ultimi dodici mesi sono nati oltre 140 gruppi di attivisti in 24 Stati, coordinati o monitorati da organizzazioni come Data Center Watch. Le proteste si sono moltiplicate dal Michigan al Wisconsin, fino alla California meridionale, dove comunità locali hanno organizzato manifestazioni, fatto pressioni sui governi statali e, in alcuni casi, avviato azioni legali per bloccare i progetti.

A Memphis, ad esempio, i cittadini hanno contestato l’espansione di Colossus, un grande data center legato alla startup xAI di Elon Musk. In Wisconsin, la mobilitazione popolare avrebbe convinto Microsoft a fare marcia indietro su un complesso da oltre 240 acri.

Gli attivisti denunciano un modello di sviluppo che privilegia le grandi aziende tecnologiche, spesso sostenute da sussidi pubblici e agevolazioni fiscali, mentre i costi ricadono sulle comunità. Non è solo una battaglia ambientale, ma anche economica e politica: l’idea che enormi profitti privati vengano costruiti grazie a infrastrutture energivore, pagate indirettamente dai cittadini, sta alimentando una rabbia diffusa.

L’Asia in prima fila

Se negli Usa la discussione riguarda soprattutto impatto locale e costi dell’energia, in Asia la questione assume una dimensione ancora più strategica, economica e geopolitica, con implicazioni su crescita tecnologica, competitività e sostenibilità.

In Asia-Pacifico il boom dei data center non è solo una reazione alla domanda interna ma un elemento chiave delle strategie digitali nazionali e regionali.

La regione sta rapidamente diventando un hub mondiale per l’infrastruttura digitale, con oltre 1.800 data center e una capacità che si prevede più che raddoppierà entro il 2028, grazie alla crescente adozione di cloud, 5G e intelligenza artificiale.

Paesi come Cina, Giappone e India rimangono tra i mercati più grandi, ma sono in forte crescita anche la Malesia, la Thailandia, l’Indonesia e le Filippine, con investimenti significativi di giganti tecnologici globali come Microsoft, AWS e Alibaba Cloud.

Proprio in Malesia, ad esempio, progetti hyperscale e regioni cloud attirano capitali e promettono di far diventare Johor uno dei principali poli di elaborazione dati dell’Asean. Questo rapido sviluppo sottolinea l’importanza della regione non solo come fornitore di capacità server, ma come fulcro delle ambizioni tecnologiche dell’Asia.