Il 2015 si prospetta un anno di difficoltà anche per i Paesi emergenti. Ma Ungheria, Filippine e Messico saranno terra felice per gli investitori secondo Reuters.
Molti investitori hanno visto crescere il proprio capitale proprio grazie alla fiducia data ai Paesi emergenti, che in pochissimi anni hanno saputo moltiplicare i capitali iniziali.
Ma la crisi, purtroppo, ha colpito anche i mercati in via di sviluppo, causando una brusca frenata della crescita nel 2014 che avrà proseguimento anche nel 2015.
I mercati emergenti sembrano seguire la regola biblica dei sette anni di vacche magre, seguiti da sette anni di vacche grasse, secondo l’economista di Harvard Jeffrey Frankel. Ogni quindici anni si prevede poi lo scoppio di una crisi.
Con questo ragionamento, una disfatta è quasi dovuta. I Paesi emergenti hanno visto sei anni di crescita del credito, alimentato da capitale globale a buon mercato. Il debito privato e pubblico è aumentato a dismisura. Dalla fine del 2007, il PIL è aumentato del 90% in Cina, del 30% in Brasile, e del 40% nella Repubblica Ceca.
I precendenti
Questi tipi di eccessi in genere si bloccano bruscamente. Sette anni di frenetico riciclaggio dei “petrodollari” in America Latina si sono conclusi con una sconfitta del debito nel 1982. Un boom di sette anni ha preceduto la crisi asiatica del 1997. Il fattore scatenante per la prossima fase di crisi potrebbe essere un aumento incontrollato dei rendimenti obbligazionari statunitensi, che porteranno ad un esodo di capitali dai paesi in via di sviluppo.
Dove potranno nascondersi gli investitori possono se i mercati emergenti sono nei guai?
Ci sono tre possibili “terre felici”:
- In Europa orientale, la crescita è precipitata causa le sanzioni contro la Russia e la sua conseguente difficoltà economia, e sta rallentando in Polonia. Ma l’Ungheria sotto il primo ministro Viktor Orban sta crescendo più velocemente rispetto a prima della crisi del 2008, e il fiorino ha recuperato parte della sua competitività perduta contro le valute principali. Il commercio dell’Ungheria è in surplus e l’aumento del credito è svolgimento.
- In America Latina, il calo della domanda cinese sta mettendo fine al boom decennale di esportazioni di materie prime. Il deficit commerciali è in aumento in Perù; le eccedenze stanno diminuendo in Brasile e in Cile. La crescita del PIL si è arrestata in Venezuela e in Argentina. Il Messico invece, guidato dal presidente Enrique Peña Nieto, spicca il volo. Le sue dinamiche commerciali sono equilibrate, la crescita è abbastanza forte e l’espansione del credito è silenziosa ma attiva.
- In Asia, l’unico Paese che presenta una situazione più rosea di altre sono le Filippine. La crescita è rapida, e le finanze pubbliche sono molto più in forma rispetto al passato. L’India e l’Indonesia sono scommesse rischiose, mentre la Corea del Sud sta avendo a che fare con la deflazione.
Dalla svalutazione della metà del 2013, molti mercati emergenti stanno sacrificando la domanda interna per ridurre la propria dipendenza dal denaro estero. Per i Paesi emergenti, gli anni di vacche magre potrebbero essere già iniziati, senza però un vero e proprio tracollo.
Fino ad ora, pochi Paesi emergenti sembrano pronti per i rendimenti dei titoli USA a lungo termine, per esempio, al 4%.
Se il cielo si dovesse scurire ancora di più, l’Ungheria, il Messico e le Filippine sono i rifugi più sicuri.
L’opinione espressa appartiene ad Andy Mukherjee, redattore di Reuters.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA