Mentre nel resto d’Europa internet rappresenta una risorsa economica fondamentale che ha un contributo fondamentale sul Pil nazionale, in Italia si registra un grosso ritardo, con conseguenze più che negative sull’economia.
Italia fanalino di coda in Europa
Corrado Calabrò, Presidente uscente dell’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni (Agcom), fa un bilancio dopo 7 anni alla guida, affermando che il grande ritardo nello sviluppo della banda larga costa al nostro Paese tra l’1 e l’1,5% del Pil. Se si confronta l’Italia con l’Unione Europea, c’è solo da inorridire: l’Italia, infatti, «è sotto la media Ue per diffusione della banda larga fissa, per numero di famiglie connesse a internet e a internet veloce, per gli acquisti e il commercio online». Senza contare che «senza infrastrutture a banda ultra larga i sistemi economici avanzati finiscono su binari morti». Quando si parla di internet, l’Italia occupa gli ultimi posti nella classifica Ue: se si pensa che la vendita online nell’Unione Europea coinvolge in media il 12% delle piccole medio imprese, in Italia la media si attesta attorno al 4%. «Non solo la telefonia mobile, la quale ha un incremento esponenziale», avverte Calabrò «ma tutti i servizi del futuro prossimo e di quello ulteriore richiedono una rete a banda larga e ultra larga». La rete è una risorsa fondamentale sulla quale investire, oltre che «un motore di crescita sociale ed economica», mentre altri numeri vanno a segnalare ulteriormente il colpevole ritardo italiano, se si considera che se nel Regno Unito la web economy rappresenta il 7,2% del Pil, mentre nel nostro Paese solo il 2%.
Svincolare la Rai dall’influenza politica
Nel bilancio di Calabrò, anche la Rai, oggi più che mai tema d’attualità dopo che Monti ha affermato di volerla svincolare dalla politica: «Nei limiti della propria competenza», ha detto Calabrò «l’Autorità ha tentato di promuovere una riforma della Rai. Si trattava di proposte misurate e, in quanto tali, a nostro avviso praticabili, che abbiamo rilanciato anno dopo anno, ma hanno subito la sorte di tutte le altre». L’obiettivo era quello di svicolare la Rai «dalla somatizzata influenza politica» e reimpostare «una governance efficiente, una migliore utilizzazione delle risorse e la valorizzazione del servizio pubblico».
L’evoluzione sul fronte televisivo
Sul fronte televisivo, invece, si registra una consistente riduzione degli ascolti delle reti generaliste, seppure la spartizione delle risorse avviene ancora in larga parte tra i tre poli, ovvero Rai, Mediaset e Sky Italia, se si considera che alla fine del 2010, Mediaset dominava la classifica con il 30,9% delle risorse complessive, subito seguita da Sky con il 29,3% e dalla Rai con il 28,5%. Sul fronte ascolti, invece, Rai e Mediaset registrano rispetto al 2005 un calo di 18 punti percentuali, attestandosi al 67% di share medio giornaliero, seguiti dal 5% di Sky Italia e dal 4% di La7, ma crescono i canali tematici in chiaro. Sul fronte televisivo, tuttavia, si attendono nuove evoluzioni «in virtù dell’utilizzazione del dividendo digitale che avverrà con l’asta che sostituirà il beauty contest, la quale ridefinirà lo spettro in coerenza con la redistribuzione delle frequenze e la razionalizzazione del loro uso prefigurate nella Conferenza di Ginevra del febbraio scorso».
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