CRISI, EUROPA - Non solo il Regno Unito. Oltre al caso britannico, e al rischio di un isolamento di Londra dalla scena europea, ci sono ancora molti punti da chiarire nell’accordo siglato in occasione del vertice UE di Bruxelles.
L’annuncio di un nuovo «patto fiscale» europeo, iniziato da Parigi e Berlino e a cui Londranon ha voluto allinearsi, ha ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda da parte degli investitori. I mercati, divenuti i barometri della crisi, si sono mostrati riluttanti. Questo accordo, che dovrebbe portare ad un nuovo trattato - «in marzo al più tardi» - implica numerose promesse e altrettanti rischi.
La promessa principale è quella della disciplina. Il freno all’indebitamento, il famoso «Schuldenbremse» sancito dalla Costituzione tedesca dal 2009, o «regola d’oro», prevede che il deficit non superi lo 0,5% del rapporto «strutturale» deficit/ PIL. I tedeschi chiedono impegni seri, e che il maggiore rigore di bilancio sia trasposto nel diritto nazionale.
Il primo rischio è il rafforzamento del ruolo conferito alla Commissione europea, responsabile del monitoraggio, a monte, dei bilanci, mediante l’esercizio di una forma di tutela europea. I Parlamenti chiamati a ratificare il Trattato, accetteranno tale principio? Il secondo rischio è di carattere più economico. Questa cultura, o forse sarebbe meglio definirlo “culto”, della stabilità - ovvero una visione morale, piuttosto che macroeconomica, che distingue tra studenti buoni e cattivi - è ciò di cui l’Europa ha bisogno oggi.
Le conclusioni cui si è giunti il 9 dicembre si muovono nella direzione di un maggior coordinamento fiscale e sociale, anche se sembrano mancare di forza e precisione. La riforma del Fondo europeo (EFSF) resta però sotto tono e dai contorni poco netti; i 200 miliardi potenzialmente conferiti al Fondo monetario internazionale (FMI) dalle banche centrali per rafforzare il dispositivo di salvataggio, assomigliano a una monetizzazione dei debiti pubblici. Ai capi di stato e di governo riuniti a Bruxelles non poteva certo toccare l’annuncio di un intervento più massiccio della Banca centrale europea (BCE). In difesa di un «patto fiscale» hanno cercato di soddisfare le condizioni fissate dal presidente dell’Eurotower, Mario Draghi.
La promessa di un vasto mercato obbligazionario europeo non è stata fatta. Nella serata di Giovedì, il primo ministro Mario Monti, pur evitando accuratamente di usare il termine «Eurobond», è intervenuto a favore di «emissioni comuni» di obbligazioni europee. Invano, nonostante il sostegno inaspettato dell’olandese Mark Rutte, dello svedese Fredrik Reinfeldt e del direttore generale del FMI Christine Lagarde. Angela Merkel si rifiuta di difendere questa opzione davanti al suo Parlamento. Vuole prima testare la solidità e la forza della nuova disciplina fiscale.