Crisi euro: inflazione vs recessione. Cosa sceglie la Germania?

Nadia Fusar Poli

05/12/2011

Crisi euro: inflazione vs recessione. Cosa sceglie la Germania?

CRISI, EURO. Perché ostinarsi a combattere contro un immaginario rischio di inflazione mentre la minaccia è la recessione? Questo il messaggio lanciato dai mercati verso l’Europa, mentre lo spread tra il tasso di interesse tedesco sul suo debito e quello degli altri Stati membri si sta riducendo.

In questo mondo, sempre più caotico e imprevedibile, l’impensabile diventa realtà. Infatti, mentre sembrava essere un modello di virtù e, quindi, inattaccabile, la Germania ha fallito: l’asta di Bund di fine novembre, è stata un flop. Solo il 60% delle obbligazioni proposta dallo Stato ha trovato acquirenti.

Ovviamente, si è trattata di una doccia gelida per una Germania che si credeva immune alla crisi del debito pubblico e, quindi, si rifiutava di transigere sulla sua ortodossia monetarista. Il tasso dei titoli a dieci anni dello stato tedesco si sono impennati, passando dall’ 1,87% al 2,26% in quattro giorni (dopo aver raggiunto un minimo di 1,64% in occasione dell’asta del 23 Settembre). Se questa inaspettata battuta d’arresto ha forse avuto il merito di «sedare» l’arroganza tedesca, ha anche messo in luce che non esistono baluardi e difese contro la sfiducia degli investitori nei confronti della zona euro.

La crisi greca è stata solo la punta di un iceberg di una crisi più profonda, radicata nell’intera area dell’euro, frutto di errori strategici, politici e monetaristi, protrattisi negli anni. La BCE ha sempre sacrificato la crescita sull’altare dell’inflazione. Per quanto riguarda i governi, essi hanno costantemente aumentato la spesa e il debito pubblico, ma non sono riusciti a ripristinare una crescita duratura.

Anche se la Germania è riuscita a non cadere in questa trappola della cattiva gestione della spesa pubblica inefficiente, il paese, dopo lo schiaffo ricevuto dal governo tedesco, appare indebolito dalla crisi attuale. I mercati stanno inviando un messaggio chiaro: perché intestardirsi a lottare contro il fantasma dell’inflazione, mentre la zona euro è minacciato dalla recessione e rischia il crollo?

Ecco perché i tassi dei titoli di Stato sono schizzati in tutti i paesi dell’Unione Monetaria, compresi la Germania e i suoi «satelliti», finora «graziati». Nonostante gli sforzi compiuti per ridurre la spesa pubblica infatti, nei Paesi Bassi, in Belgio e in Finlandia i rendimenti sono saliti pericolosamente. Certamente sono lontani dai livelli toccati dalle loro controparti nel Sud, ma mostrano che la spirale letale (tassi di interesse in aumento, recessione, debito crescente) è contagiosa.

A questo si aggiunga che il «flight to quality» (vale a dire lo spostamento dei capitali d’investimento dagli asset remunerativi, a quelli più sicuri) si è spostato, allontanandosi dalla Germania, per portarsi in America e Regno Unito.
Se l’area dell’euro non cambierà la sua governance, promuovendo la crescita a tutti i costi (grazie ad un forte calo dei tassi di interesse dalla BCE e dell’euro / dollaro), finirà per scomparire. Non è più possibile tergiversare e perdere tempo.
I tedeschi devono rapidamente annunciare quello che vogliono: accettare di riformare le istituzioni dell’Unione economica e monetaria (in particolare permettendo alla BCE di sostenere ulteriormente la crescita e di monetizzare il debito dei paesi in difficoltà, ovviamente, a condizione di risanamento dei conti pubblici) e salvare l’euro o continuare a opporsi e mettendo gravemente a rischio l’UEM.

L’episodio sfortunato dell’ultima asta conferma che la Germania non uscirà indenne da una crisi duratura di Eurolandia (zona euro), per non parlare della fine dell’euro. Questo è il motivo per cui è possibile sperare che alla fine sceglierà la prima opzione.