CRISI. Nell’attuale contesto economico, dove famiglie e imprese stanno cercando in primo luogo di ridurre il loro debito risparmiando, le politiche di rigorosa disciplina concordate un po’ ovunque in Europa, che aggiungono alla frugalità privata la dieta pubblica, rischiano di trasformarsi in operazioni suicide. Senza aiuti alla crescita, le entrate fiscali non possono che implodere, mentre deficit e debiti pubblici rischiano di esplodere, nonostante gli incrementi in termini di tasse e imposte (e questo perché gli aumenti verranno applicati su una base imponibile progressivamente in calo, a causa della contrazione).
Perché i governi dei paesi europei continuano a cadere nella trappola di una rigorosa disciplina fiscale? Consideriamo per un istante i tre uomini protagonisti della scena politica attuale: Monti, Rajoy e Sarkozy. Mentre tutto il mondo ha «capito» che la riduzione dei deficit di bilancio è necessaria, sarebbe bene che i tre spieghino e soprattutto attuino una politica opposta alle moderne «credenze popolari», dando l’impressione di voler fare il contrario di quanto chiedono (e pretendono) le agenzie di rating e correndo il rischio di avere a che fare con l’incomprensione (a volte letale) dei mercati. La dose di coraggio politico necessaria per prendere questa decisione è smisurata.
Ma è proprio a questo livello che si inserisce il fondamentale ruolo della BCE, perché politiche fiscali favorevoli alla crescita sarebbero impossibili nell’attuale contesto, in cui la maggior parte degli operatori è convinta che il minor costo di finanziamento del debito pubblico passi attraverso la riduzione del deficit. Pertanto, è necessario che il ruolo della Banca centrale europea tenda a quello di prestatore di ultima istanza, lo stesso svolto da tutte le altre principali banche centrali, che possono acquistare, senza limiti, obbligazioni emesse dal governo dei loro rispettivi paesi. I responsabili della politica monetaria rifiutano di assumersi la propria responsabilità, condizionati dalla posizione della Germania, che rifiuta una BCE sul modello delle altre grandi banche centrali. Terreno fertile perché si radichi il pensiero, divenuto ormai dominante, secondo cui la BCE è intrappolata nel suo mandato, il quale limiterebbe il ruolo dell’istituto di Francoforte al mantenimento della stabilità dei prezzi.
Forse un giorno, si spera il più vicino possibile, in seno ai governi e alla BCE trionferà il coraggio, almeno quello necessario a rimettere in discussione un certo credo. L’applicazione simultanea di politiche fiscali e monetarie di stimolo, è il primo passo per riportare l’economia europea in pista per una crescita salvifica, la sola capace di mettere fine all’agonia dell’euro.