CRISI, EURO. Si moltiplicano le speculazioni sulla possibile rottura della zona euro e la reintroduzione delle monete nazionali. Le discussioni intorno alla creazione di una sorta di sottogruppo della zona euro, che comprenda Germania e Francia, sta rafforzando i timori di uno scoppio. La proposta franco-tedesca non è nuova. E’ conosciuta come la zona di «euro+», in contrapposizione con «l’euro -» che include i paesi periferici. Tale piano rischierebbe di trascinare alcuni paesi membri della zona fuori dalla zona euro.
L’implementazione della convergenza dell’euro, per la creazione ordinata di una moneta comune, ha richiesto diversi anni. Lo scenario del collasso rischia di essere precipitato e disordinato, considerati i ripetuti fallimenti dei vertici dell’Unione europea che, finora, non sono stati in grado di fermare la spirale di progressivo deterioramento del contesto economico nella zona euro. Moody’s si prepara ad abbassare il rating di tutti i paesi membri della zona, giustificato dalla scarsa solvibilità di alcuni stati e dal rischio di un contagio delle istituzioni finanziarie nell’area euro in un clima già pesantemente colpito dalle cattive notizie che giungono dal fronte dei mercati obbligazionari (aumento dei tassi di interesse in Francia, inversione della curva italiana, flop di un’asta in Germania...)
Una simile azione potrebbe firmare la condanna a morte della zona euro, o anche dell’Unione europea, innescando un’accelerazione dell’impennata dei tassi di interesse di tutti gli Stati membri, e rischiando di seppellire tutti i meccanismi di «solidarietà» immaginati fino ad oggi (come l’EFSF). Questa prospettiva richiederebbe nuovi piani di austerità e drastici tagli alla spesa pubblica, così come un aumento della tassazione.
La solvibilità delle istituzioni finanziarie potrebbe essere minata dall’uscita di alcuni paesi, i quali, probabilmente, si affretterebbero a svalutare automaticamente il nuovo «denaro fresco» per combattere la spirale deflazionistica in cui verrebbero a trovarsi. Gli Stati non potranno aiutare i loro sistemi finanziari (a differenza di quanto è stato fatto nel 2008) che rischierebbero di diventare degli «zombie» (come alcune istituzioni finanziarie giapponesi), o di fallire, in un modo più o meno organizzato.
La paura stessa degli investitori potrebbe accelerare la degradazione delle istituzioni finanziarie, su cui si ripercuoterebbe un’ondata di panico responsabile di una folle «corsa agli sportelli». La disoccupazione potrebbe aumentare in modo significativo, dato il calo dei consumi, effetto dell’impoverimento delle famiglie europee. Lo scenario di deflazione potrebbe spingere alcune delle industrie della zona euro a trasferirsi in altri paesi, dove beneficiare di condizioni fiscali favorevoli, e godere di dinamiche di crescita migliore (BRICS, Brasile, Russia , India e Cina).
Addirittura alcuni paesi potrebbero persino ripristinare temporaneamente delle barriere commerciali, attuando di fatto una politica protezionsitica per rilocalizzare le industrie e le attività economiche.
La Cina sta cominciando a sentire il contraccolpo della crisi economica, e si trova alle prese con disordini sociali legati all’inflazione eccessiva (che rischia di creare le condizioni per la stagflazione). Le istituzioni finanziarie cinesi corrono il rischio di un deterioramento del loro merito creditizio a causa dello scoppio della bolla immobiliare. E nessun sistema finanziario è abbastanza forte per affrontare questo scenario.
Mentre la prospettiva del crollo della zona euro prende sempre più forma, appare urgente che la BCE (Banca centrale europea) reagisca al fine di evitare lo scenario della deflazione. Alan Greenspan ha parlato dello spettro della crisi del 1929 per anticipare il peggio, e per sollecitare la necessità di un’azione preventiva. La BCE dovrebbe forse raccogliere il suggerimento.