Covid, rischio comorbidità nei bambini: significato e pericoli

Chiara Esposito

14 Febbraio 2022 - 00:41

condividi

Gli effetti del Covid sui soggetti fragili sono devastanti ma non si parla abbastanza del pericolo che corrono i bambini esposti al virus.

Covid, rischio comorbidità nei bambini: significato e pericoli

Dopo il tragico episodio della morte di un bambino di 10 anni all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma si torna a parlare con rinnovato interesse scientifico-divulgativo della comorbidità.

Sensibilizzare su questo tema potrebbe salvare delle vite, lo dice ai microfoni del Corriere della Sera il professor Giuseppe Banderali, vicepresidente della società italiana di pediatria e direttore della Struttura complessa di Pediatria, ospedale San Paolo di Milano.

Quest’espressione di natura specialistica è ancora poco nota ma capace di porre in luce la pericolosità dell’infezione da SARS-CoV-2 se contratta da soggetti particolarmente fragili, primi fra tutti i bambini, a lungo considerati non particolarmente vulnerabili. La realtà, purtroppo, non è sempre semplice come può sembrare.

Il caso che ha riacceso l’interesse mediatico

La storia che ha riportato al centro delle cronache il tema della della comorbidità è quella di Francesco, un bambino di 10 anni di Pomezia morto il 12 febbraio di Covid all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Secondo il referto medico «presentava una comorbidità importante, compromessa purtroppo in modo decisivo dall’infezione da SARS-CoV-2». Questo significa che, in presenza di un quadro di salute complesso e compromesso, l’infezione da Covid può risultare fatale.

Cos’è e cosa comporta la comorbità?

L’espressione comorbità è diventata di uso comune con i primi studi sulle persone che, a causa di Sars-Cov2, si sono rivelate più esposte al rischio di sviluppare sintomatologie avverse.

Parafrasando le parole del professor Giuseppe Banderali possiamo quindi dire che «comorbidità o comorbilità vuol dire coesistenza nello stesso individuo di più patologie, di più situazioni morbose, cioè più malattie coesistenti».

Normalmente siamo abituati a individuare come soggetti a rischio i bambini nati prematuri, gli anziani e gli immunodepressi. Parlando di comorbidità però e capendo come il Covid intacchi il benessere dei soggetti possiamo dire che rientrano automaticamente nella cerchia dei fragili anche tutti coloro i quali, anche in altre età e condizioni, convivono con patologie quali diabete, ipertensione, problemi cardiaci, obesità, insufficienza renale o patologie neoplastiche e sono sottoposte a chemioterapia.

Il concetto di comorbidità è quindi sempre insito nelle infezioni ma può toccare pericolosamente molti più soggetti di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i più esposti. Anche i bambini.

Perché servono maggiori attenzioni verso i bambini sani?

Queste considerazioni non devono indurci a escludere però i bambini in stato di salute ottimale. La presenza di due o più patologie nei bimbi è piuttosto frequente e, in tutti quei casi dove le difese immunitarie si abbassano notevolmente, il pericolo di indebolirsi al tal punto da superare con estrema difficoltà il Covid è concreto.

Continua il professore:

«C’è da dire che i casi di ospedalizzazione infantile sono ancora abbastanza limitati: su due milioni e mezzo nella fascia d’età 0-19 anni abbiamo avuto 13mila ricoveri. Un bambino fino a sei anni però è fragile per età. Per cui consigliamo una cautela particolare».

Come prevenire i rischi: la via del vaccino

La situazione vaccinale italiana è in fase di stallo per la fascia d’età infantile: tra vaccinati prima e seconda dose si registra una copertura di circa il 35 per cento, il dato è stabile e inizia a destare preoccupazione.

Dopo un avvio promettente con tanti centri vaccinali preposti infatti adesso le campagne vaccinali rivolte ai più piccoli sembrano procedere a rilento e lo stesso Banderali sente la necessità di ricordare l’importanza della prevenzione.

La risposta dell’esperto davanti al quesito sulla via d’uscita da questo stato di allerta è infatti piuttosto prevedibile:

«Secondo me bisogna rinforzare il messaggio: la vaccinazione rimane sempre il primo presidio. Inoltre vorrei sottolineare un altro concetto: non dobbiamo sempre ricorrere alla vaccinazione quando ci impauriamo. La vaccinazione fa parte della premessa di educazione sanitaria e si dovrebbe fare quando si sta bene. La politica vaccinale corretta, così come la politica di prevenzione sanitaria e di miglioramento dello stato immunitario dell’individuo, dovrebbe sempre essere la premessa. Quindi anche in momenti, come questo, quando vediamo che i casi di Coronavirus stanno diminuendo un po’ in tutta Italia, consiglierei ai genitori di non abbassare la guardia ma di continuare».

Argomenti

Iscriviti a Money.it